Rapina all’ex senatore Filippi, il racconto del sequestro: “Cacciavite sull’addome e paura per le mie figlie”

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Tre milioni di euro in orologi di lusso, pugni e una pistola puntata alla tempia: è il bottino di violenza e terrore che ha segnato la notte di Alberto Filippi, l’imprenditore vicentino ed ex parlamentare della Lega, preso di mira da una banda di malviventi nella sua villa di Arcugnano. L’uomo, rientrato a bordo della propria Lamborghini dopo una cena, è stato aggredito alle spalle mentre parcheggiava nel garage; i rapinatori, nascosti tra le siepi del giardino e con il volto coperto, lo hanno immobilizzato in pochi secondi. “Ho provato a resistere”, ha raccontato in una drammatica telefonata a Repubblica, “ma mi hanno colpito duro. Pochi secondi e avevo una pistola che mi schiacciava la guancia”. Il tempo di armare l’arma e la canna calda è finita dritta in mezzo ai suoi occhi, un gesto che l’ex senatore descrive come l’inizio di un’ora infinita di angoscia.

Una volta forzato l’ingresso dell’abitazione, la situazione è degenerata ulteriormente: i quattro malviventi, che secondo Filippi parlavano italiano con un marcato accento dell’Est Europa, hanno preso il controllo della casa. La moglie e le due figlie di 10 e 13 anni, che gli stavano correndo incontro, sono state isolate e tenute sotto sequestro al piano superiore. “È stata una tragedia interiore”, confessa l’imprenditore, “perché in casa c’erano loro e io non potevo fare nulla”. Per piegare la sua volontà e fargli aprire la cassaforte, uno dei banditi ha utilizzato un cacciavite lungo venti centimetri, tenendoglielo premuto contro l’addome con la promessa esplicita che lo avrebbe perforato in caso di mancata obbedienza. La cassaforte, quel giorno, era vuota, ma la pressione sui familiari è aumentata fino a quando la moglie non ha ceduto, consegnando i preziosi nascosti altrove.

Un colpo studiato e un precedente inquietante nella stessa famiglia

La banda non ha lasciato nulla al caso, e la domanda ripetuta ai coniugi (“Dove sono gli orologi?”) lascia intendere che l’obiettivo fosse stato individuato ben prima dell’assalto. Il bottino finale, stimato in circa tre milioni di euro, non è frutto di un furto generico, ma di una caccia mirata a pezzi di alta oreficeria: collezioni di Rolex e Patek Philippe, oltre a borse griffate e pellicce, beni facili da trasportare e altamente rivendibili sul mercato nero internazionale. Non è la prima volta che i Filippi vivono un incubo simile. Un episodio quasi speculare risale al 1997, quando fu lo zio dell’ex senatore, Zeffirino Filippi, a subire un’aggressione nella propria abitazione; anche in quell’occasione i rapinatori usarono violenza per tentare di aprire il caveau, pur non riuscendo nel loro intento primario. La somiglianza nelle modalità – l’irruzione violenta, la famiglia presa in ostaggio, la ricerca di beni immediatamente monetizzabili – restituisce il profilo di criminali che conoscevano la geografia della villa e le abitudini della vittima.

La furia delle botte e la sofferenza fisica dell’ex senatore

Se le figlie e la moglie sono state risparmiate dalla violenza fisica, non si può dire altrettanto per Alberto Filippi. Al termine del sequestro, durato circa sessanta minuti, l’uomo si è ritrovato con un occhio nero, ferite alle mani e un mal di schiena che gli impediva di camminare. “Mi hanno riempito di pugni”, ha ripetuto più volte ai giornalisti, mostrando i segni del pestaggio subito nei primi istanti dell’aggressione. Al dolore fisico si somma quello psicologico della perdita: l’imprenditore, che ha sempre dichiarato di investire i propri risparmi in beni rifugio da tramandare alle figlie, ora si trova a fare i conti con uno scenario di desolazione patrimoniale. “Non è rimasto niente”, ha detto a chi gli chiedeva un bilancio di quanto sottratto, definendo l’accaduto come una “notte da incubo” che ha messo in ginocchio una vita di sacrifici. I carabinieri, intervenuti immediatamente dopo la fuga dei malviventi, hanno avviato le indagini e acquisito i filmati delle telecamere di sorveglianza della villa, nella speranza di risalire al mezzo utilizzato per la fuga.

Un passato burrascoso tra politica, espulsioni e inchieste archiviate

Classe 1966, laureato a Ca’ Foscari, Filippi rappresenta quella sintesi tra successo industriale (a capo di Unichimica e Uniholding) e militanza politica che spesso caratterizza le élite venete. Assessore ad Arcugnano dal 1994, poi consigliere provinciale e infine senatore (2008-2013), la sua carriera nella Lega si è interrotta bruscamente nel 2011 con un’espulsione per motivi legati a presunte sponsorizzazioni illecite e sospetti di dossieraggio; inchieste poi archiviate o cadute in prescrizione, ma che ne hanno segnato il divorzio dal partito di via Bellerio. Più recentemente, nel 2023, l’ex parlamentare era finito nel mirino della Dda veneziana accusato – sulla base delle dichiarazioni di un collaboratore di giustizia – di essere il mandante di un attentato contro un giornalista. Anche in quel caso, però, la Procura ha dovuto archiviare il fascicolo dopo aver verificato la totale infondatezza delle accuse, con il presunto pentito che avrebbe ammesso di aver “inventato racconti”. Filippi, oggi, porta addosso i lividi di una violenza che non ha nulla a che fare con le aule giudiziarie, ma che rischia di lasciare cicatrici ben più profonde di quelle visibili.

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