Tre ciotole: un film sul dolore che apre gli occhi sulla vita
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Il dolore, che spesso si presenta come un’esperienza di pura privazione, può talvolta rivelarsi, attraverso un paradosso solo apparente, una lente attraverso la cui distorsione la vita acquista un’intensità e una chiarezza prima sconosciute. È proprio questo il nucleo attorno al quale ruota “Tre ciotole”, il film diretto dalla regista spagnola Isabel Coixet e tratto dall’omonimo libro di Michela Murgia. La pellicola, che avrà una distribuzione nazionale a partire dal prossimo ottobre, affronta la tematica della perdita e della malattia senza indugiare in un tono elegiaco, ma piuttosto scavando in quelle che sono le reazioni, a volte imprevedibili, dei personaggi principali. La produzione, curata da Cattleya, affida i ruoli di Marta e Antonio a due interpreti di rango come Alba Rohrwacher ed Elio Germano, i quali conferiscono alla storia una profondità psicologica palpabile.
Una separazione e due solitudini
La narrazione prende le mosse da una separazione, un evento che, nella sua banale crudezza, inizialmente sembra costituire l’apice del conflitto. Dopo un litigio, è Antonio a lasciare Marta, gettandosi a capofitto nel suo lavoro di chef in ascesa, sebbene non riesca a liberarsi completamente del ricordo della compagna. Marta, dal canto suo, reagisce alla frattura con un ripiegamento interiore così profondo da tradursi in un sintomo fisico ineludibile: la perdita dell’appetito. La regia della Coixet, evitando facili sentimentalismi, costruisce con pazienza il ritratto di due solitudini che, seppur generate dalla stessa fonte, seguono traiettorie diametralmente opposte.
La malattia come risveglio dei sensi
La svolta, sottile e al contempo dirompente, giunge quando Marta comprende che la sua inappetenza non è una semplice manifestazione del suo stato d’animo, bensì il segnale di una condizione di salute ben più grave. Questa consapevolezza, che in un altro contesto narrativo potrebbe aver dato adito a un melodramma, diventa invece il punto di partenza per una rinnovata percezione del mondo. Il sapore del cibo, la musica, il desiderio stesso e la solidità delle scelte passate iniziano a vibrare di una luce diversa, più acuta e per certi versi più autentica. Alba Rohrwacher, in una prova di notevole intensità, restituisce con magistrale delicatezza questo risveglio dei sensi e dell’anima, mostrando come la protagonista si riscopra capace di assaporare la bellezza proprio mentre affronta la sua prova più difficile.
Un film tra potenziale e critiche
Alcune voci, tuttavia, pongono l’accento su una certa distanza tra le premesse del progetto e il suo esito finale. Viene fatto notare come il film, nonostante l’indubbia potenzialità del soggetto letterario – una sorta di storia-testamento per l’autrice – e nonostante la levatura del cast coinvolto, possa apparire come un “involucro vuoto”, un’opera che forse non riesce a colmare appieno le aspettative che la sua confezione promette. Questa lettura critica evidenzia una certa mancanza di ispirazione nella regia, la quale, pur affrontando un tema di così grande impatto emotivo, non sempre sembra trovare la giusta alchimia per tradurre in immagini la complessità e la vitalità che percorrevano le pagine del libro, un testo che, a detta di chi l’ha letto, riesce a trasmettere un contagioso soffio di vitalità persino dentro la tragedia.




