Papa Leone ai preti di Roma: “Urgente invertire la rotta, serve una fede autentica e niente omelie con l’intelligenza artificiale”
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Redazione Interno
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Non è stata, per stessa ammissione del Pontefice, una penitenza. Eppure, l’incontro di Papa Leone XIV con il clero della diocesi di Roma, tenutosi nell’Aula Paolo VI e che ha visto la partecipazione di quasi mille sacerdoti, ha assunto i contorni di una diagnosi lucida e, per certi versi, severa sullo stato di salute spirituale della Città Eterna. Il quadro che emerge dalle parole del Papa, il quale ha aperto l’assemblea con una battuta per sciogliere la tensione — specificando come la coincidenza con l’inizio della Quaresima non fosse da interpretare come un atto penitenziale, bensì come una gioia — è quello di una fede che arranca, di una trasmissione del Vangelo che s’è interrotta e di una pastorale che necessita di una «chiara inversione di marcia». Il Pontefice, di fronte ai suoi parroci, non ha usato giri di parole: la priorità, oggi, è «ritornare ad annunciare il Vangelo», con umiltà ma senza lasciarsi scoraggiare dal «crollo dei sacramenti» e dalla constatazione che «parte della nostra gente battezzata non sperimenta la propria appartenenza alla Chiesa».
L’allarme sulla trasmissione della fede e i nuovi strumenti
Il ragionamento di Leone XIV si è sviluppato attorno a un nodo cruciale, quello della pastorale ordinaria e della sua efficacia. Il modello classico, ha spiegato ai sacerdoti, si è a lungo preoccupato di garantire l’amministrazione dei sacramenti — battesimi, matrimoni, cresime — presupponendo che la fede venisse trasmessa quasi automaticamente dall’ambiente circostante e, soprattutto, dalla famiglia. Tuttavia, «i cambiamenti culturali e antropologici avvenuti negli ultimi decenni» hanno eroso questa certezza, rendendo evidente che non è più così. Ed è in questo contesto, quello di un’«erosione della pratica religiosa» e di una «crescente disaffezione», che si inserisce un invito ben preciso, quasi un monito, che ha colpito l’immaginario collettivo: quello a non delegare all’intelligenza artificiale la preparazione delle omelie. Il Papa, come riferito da alcuni presenti, ha esortato a «resistere alla tentazione» di affidarsi alla tecnologia, paragonando il cervello a un muscolo che, se non viene utilizzato, finisce per atrofizzarsi. «Fare una vera omelia — avrebbe detto — è condividere la fede. E l’IA non riuscirà mai a condividerla». La gente, in altre parole, cerca l’incontro con un’esperienza viva di Cristo, non un prodotto, per quanto formalmente corretto, generato da un algoritmo.
La necessità di una pastorale rinnovata e comunionale
Di fronte a questa «emergenza educativa e spirituale», la risposta non può essere affidata all’improvvisazione o, peggio, all’autoreferenzialità delle singole parrocchie. Serve, come ha sottolineato il Pontefice, un «coordinamento maggiore», un «lavorare insieme in comunione» che superi la tentazione del solismo. La complessità del territorio romano, con le sue periferie esistenziali e materiali, richiede uno sforzo collettivo per «cercare vie e modi che aiutino le persone a entrare nuovamente in contatto con la promessa di Gesù». Un’attenzione particolare, in questo senso, va rivolta ai giovani: molti di loro, ha ammesso il Papa, vivono «senza più alcun riferimento a Dio e alla Chiesa». E il disagio che manifestano, talvolta in forme aggressive o rifugiandosi nel mondo virtuale, va accolto e ascoltato. Non ci sono soluzioni facili né risultati garantiti, ha aggiunto, ma la strada è quella di restare presenti, accanto a loro, dialogando anche con le istituzioni e la scuola, perché la questione non è solo religiosa, ma profondamente umana e sociale.
Un richiamo alla responsabilità personale e alla preghiera
Nel suo discorso a braccio, che ha alternato momenti di analisi quasi sociologica a richiami più strettamente spirituali, Leone XIV non ha trascurato di mettere in guardia i sacerdoti da quelli che potrebbero essere «inganni» più sottili, legati all’uso dei social media e alla ricerca di popolarità. Il rischio, ha spiegato, è quello di riportare l’ego al centro, cercando like e follower, e finendo per trasmettere sé stessi anziché il messaggio di Gesù Cristo. Un passaggio, questo, che sembra alludere a fenomeni ben noti anche nel panorama italiano, e che ha il sapore di un invito alla sobrietà e all’autenticità. Ai preti, specialmente ai più giovani, il Papa ha chiesto «fedeltà quotidiana nella relazione col Signore», invitandoli a non chiudersi nelle proprie crisi e stanchezze, ma a confrontarsi con i confratelli. «Accompagniamoci e sosteniamoci a vicenda», è stato l’appello finale, in un’ottica di fraternità presbiterale che deve essere il primo, concreto segno di quella comunità che si vorrebbe costruire. La visita alle parrocchie romane, a partire da quelle di periferia annunciate per le prossime settimane, sarà il banco di prova per verificare se questo richiamo all’unità e al rinnovamento potrà tradursi in una pastorale capace di intercettare il bisogno di sacro di una città complessa come Roma.




