Papa Leone ai preti di Roma: niente intelligenza artificiale per le omelie, “la gente vuole vedere la vostra fede”
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Redazione Interno
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Nel corso dell’incontro a porte chiuse con il clero della diocesi di Roma, tenutosi giovedì 19 febbraio nell’Aula Paolo VI in Vaticano, Papa Leone XIV ha rivolto ai sacerdoti una serie di indicazioni che spaziano dalla vita spirituale alle sfide della pastorale contemporanea, toccando anche il tema, sempre più pressante, dell’impatto delle nuove tecnologie sulla comunicazione della fede -2. Il Pontefice, che per l’occasione ha voluto incontrare i parroci e i presbiteri della sua città episcopale, ha scelto un tono colloquiale e diretto, alternando momenti di profonda riflessione a battute che hanno strappato più di una risata, come quando ha commentato le condizioni del manto stradale capitolino, notando che “Roma cambia, ma le buche sono sempre le stesse” -3. Un’ironia leggera che ha però contribuito a creare un’atmosfera di familiarità, pur all’interno di un discorso che toccava corde assai profonde.
La priorità dell’annuncio e il rischio dell’autoreferenzialità
Il cuore dell’intervento di Leone XIV, al secolo Robert Francis Prevost, è stato un pressante invito a tornare all’essenza della missione sacerdotale: l’annuncio del Vangelo. Di fronte a quella che ha definito una “crescente erosione della pratica religiosa”, il Papa ha esortato i sacerdoti a non lasciarsi paralizzare dallo scoraggiamento, ma piuttosto a ravvivare il “fuoco” della chiamata, quel dono ricevuto che va costantemente alimentato per non soccombere al peso della routine o alla stanchezza -1-4. In un tessuto urbano complesso come quello di Roma, segnato da una mobilità incessante e da relazioni sempre più frammentate, la tentazione, ha spiegato il Pontefice, è quella di ripiegarsi su sé stessi, diventando “esecutori passivi di una pastorale già definita” -4. Serve invece, secondo la sua analisi, un cambio di passo, un coordinamento maggiore tra le parrocchie per evitare iniziative sovrapposte e condividere carismi e potenzialità, vincendo quella che ha definito “la tentazione dell’autoreferenzialità, che genera sovraffaticamento e dispersione” -4.
Giovani, disagio e mondo virtuale: la necessità di una presenza autentica
Un’attenzione particolare, durante l’incontro, è stata riservata al mondo giovanile. Papa Leone ha invitato i preti a “leggere” il profondo disagio esistenziale che abita le nuove generazioni, il loro smarrimento e le difficoltà che emergono anche nel contesto virtuale, dove a volte si manifestano sintomi di un’aggressività preoccupante -1. Non ci sono ricette facili, ha ammesso il Pontefice, ma ha suggerito una strada: restare in ascolto, rendersi presenti, accogliere e condividere un pezzo di vita con i ragazzi -4. Ha esortato a uscire dagli schemi tradizionali, a sperimentare nuove modalità di trasmissione della fede, capaci di coinvolgere in modo diverso anche le famiglie, perché la semplice “sacramentalizzazione” senza un precedente annuncio rischia di essere inefficace in un contesto in cui la fede non è più automaticamente trasmessa dall’ambiente familiare o sociale -4.
L’allarme sull’intelligenza artificiale: “il cervello va esercitato”
Il monito forse più discusso, e certamente più calato nel dibattito contemporaneo, è arrivato quando il Papa ha affrontato il tema dell’intelligenza artificiale. Rispondendo a una domanda, Leone XIV ha messo in guardia i sacerdoti dalla “tentazione” di servirsi dell’IA per preparare le omelie -6. “Come tutti i muscoli nel, se non li utilizziamo muoiono, il cervello ha bisogno di essere utilizzato”, ha spiegato il Pontefice, sottolineando come l’intelligenza umana vada esercitata per non perdere le sue capacità -2. Ma il suo ragionamento è andato ben oltre l’aspetto ginnico. La ragione profonda di questo “no” all’IA generativa applicata all’omiletica risiede nella natura stessa della predicazione. “Fare una vera omelia”, ha scandito Papa Leone, “significa condividere la fede. L’IA mai arriverà a condividerla” -6. La comunità, ha proseguito, vuole vedere l’esperienza viva di chi ha incontrato e amato Cristo, non un testo formalmente corretto ma privo di quella linfa vitale che solo un cuore credente può trasmettere. Un richiamo, il suo, a coltivare quotidianamente quella relazione con il Signore che sola rende autentico l’annuncio.
I pericoli della rete e l’inganno della popolarità
Collegato al tema dell’intelligenza artificiale, il Pontefice ha lanciato una stoccata anche all’uso talvolta distorto dei social media. Senza mezzi termini, ha messo in guardia i preti dal rischio di cercare la propria affermazione personale attraverso la rete, cadendo nell’inganno di “avere tanti follower, tanti like” -2. “Non sei tu”, ha avvertito, se attraverso quello schermo non trasmetti il messaggio di Gesù Cristo ma la tua stessa immagine; in quel caso, “forse ci stiamo sbagliando, e bisogna anche lì riflettere molto bene con molta umiltà a vedere chi siamo e quello che stiamo facendo” -2. L’alternativa, ha suggerito, è riscoprire il valore di una vita di preghiera autentica, radicata nell’ascolto della Parola e nella lode, perché è da quella profondità che può scaturire un servizio umile e vero alla comunità. Ai preti più giovani, infine, ha rivolto un invito particolare: quello a non chiudersi in sé stessi, a non avere paura di confrontarsi con i confratelli, anche sulle proprie stanchezze e crisi, per vivere concretamente quella fraternità presbiterale che è sostegno e custodia della vocazione -1-4.




