Medico condannato in appello per omicidi volontari aveva ripreso servizio al pronto soccorso di Merate
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Redazione Interno
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La macchina dei turni ospedalieri, un meccanismo complesso che nelle strutture pubbliche lombarde si regge sempre più spesso sull’apporto di cooperative esterne, ha ingranato la retta di un professionista pesantemente condannato dalla giustizia. Vincenzo Campanile, anestesista cinquantatreenne originario di Monfalcone, era stato regolarmente inserito nelle liste dei medici a gettone del pronto soccorso dell’ospedale San Leopoldo Mandic di Merate, in provincia di Lecco, dove ha effettivamente prestato servizio per un paio di turni, quelli del 24 e 25 febbraio scorsi. L’uomo, che deve rispondere in sede penale della morte di sette pazienti anziani avvenuta a Trieste tra il 2014 e il 2018, era stato condannato dalla Corte d’Assise d’Appello del capoluogo giuliano a una pena di diciassette anni e tre mesi di reclusione, una condanna che, di fatto, era già stata confermata e aggravata rispetto ai quindici anni e sette mesi inflitti in primo grado, quando i giudici gli avevano riconosciuto le attenuanti generiche per aver agito – secondo la sua linea difensiva – con l’intento di porre fine alle sofferenze dei malati in fase terminale attraverso quella che lui stesso aveva definito una “sedazione palliativa caritatevole”.
A far scattare la sospensione immediata del medico, che la direzione strategica dell’Azienda Socio Sanitaria Territoriale di Lecco ha disposto non appena la sua identità è emersa con chiarezza, è stato il riconoscimento del suo nome da parte di alcuni colleghi di reparto; sono stati loro, una volta appresa la notizia del suo pesante carico processuale, ad attivare i meccanismi di allerta interni alla struttura, informando il primario Giovanni Buonocore, che a sua volta ha contattato il direttore generale Marco Trivelli. L’anestesista, che in passato aveva già subito una sospensione dall’Ordine dei Medici poi revocata in attesa del giudizio definitivo, era stato reclutato da una cooperativa privata, una di quelle società che forniscono personale sanitario per coprire le carenze di organico e garantire l’apertura h24 dei reparti di emergenza, un sistema, questo del ricorso massiccio ai gettonisti, che l’assessore regionale al Welfare, Guido Bertolaso, ha definito intollerabile proprio alla luce di questa vicenda, annunciando verifiche approfondite sulla cooperativa che ha messo a disposizione il professionista senza, a quanto pare, condividere in modo trasparente tutte le informazioni rilevanti con l’ospedale che lo ha ospitato.
Il meccanismo dei processi e l’inserimento in corsia
La paradossale situazione che ha visto un medico condannato per omicidio volontario tornare a operare in un pronto soccorso, sebbene solo per pochissimi giorni, affonda le sue radici in una duplice complessità, quella giuridica e quella gestionale. Campanile, che secondo le ricostruzioni degli inquirenti avrebbe somministrato dosi letali di Propofol, un potente anestetico, ai suoi pazienti durante gli interventi del 118 a Trieste, non ha ancora esaurito tutti i gradi di giudizio: la sua difesa può infatti ricorrere in Cassazione, e questo significa che la condanna, per quanto grave, non è ancora definitiva. In attesa dell’ultimo vaglio della Suprema Corte, formalmente il medico non è soggetto a misure che gli impediscano l’esercizio della professione, e questo stato di cose, unito alla sua riammissione all’albo, gli ha permesso di rispondere alla chiamata della cooperativa per coprire quei turni deserti che altrimenti, in un ospedale di provincia come quello di Merate, sarebbero rimasti scoperti, mettendo a rischio la continuità assistenziale. La Regione Lombardia, attraverso la sua direzione generale, ha però voluto marcare una netta distinzione tra la presunzione di innocenza che assiste l’imputato fino alla condanna definitiva e il principio di precauzione che deve guidare la gestione di un reparto delicato come un pronto soccorso, dove la fiducia dei pazienti e la credibilità del sistema sanitario rappresentano beni non negoziabili.
L’inchiesta triestina e le vittime
Le indagini che hanno portato alla luce la vicenda giudiziaria di Vincenzo Campanile presero le mosse da un episodio specifico, la morte di Mirella Michelazzi, un’ottantunenne soccorsa in una casa di cura nel gennaio del 2018, sul cui gli esami autoptici rivelarono la presenza di Propofol, un farmaco che non risultava nei referti ufficiali. Fu la segnalazione di un’infermiera, che aveva visto il medico iniettare quella sostanza, a mettere in moto la macchina della procura di Trieste, che procedette alla riesumazione di altre salme e all’acquisizione di decine di cartelle cliniche, portando alla luce un pattern di decessi sospetti avvenuti tra il 2014 e il 2018. La Corte d’Assise d’Appello, ribaltando parzialmente il verdetto di primo grado, ha escluso che l’anestesista potesse aver agito per motivi di particolare valore morale o sociale, una circostanza che in primo grado gli aveva valso uno sconto di pena; in appello, i giudici hanno stabilito che, se l’intento fosse stato genuinamente quello di alleviare le sofferenze, il professionista avrebbe potuto attivare i percorsi di cure palliative, piuttosto che ricorrere a iniezioni letali non documentate.




