Il caso del medico gettonista a Merate e il nodo delle cooperative in sanità

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La vicenda che ha coinvolto l’anestesista Vincenzo Campanile, il quale, nonostante una condanna in secondo grado a 17 anni e tre mesi di reclusione per omicidio volontario, ha prestato servizio per due giorni, il 24 e il 25 febbraio, presso il pronto soccorso dell’ospedale Mandic di Merate, ha sollevato più di un interrogativo sulla gestione del personale sanitario in Lombardia. Il professionista, 53enne originario di Monfalcone e iscritto all’Ordine dei medici di Gorizia, era stato ingaggiato da una cooperativa esterna per coprire alcuni turni scoperti, una pratica, questa dei cosiddetti “gettonisti”, che da tempo caratterizza la gestione dell’emergenza-urgenza in molte strutture, sopperendo alle carenze di organico ma sollevando, come in questo caso, non poche perplessità in merito ai controlli. Sono stati gli stessi colleghi, riconoscendo il nome, a dare l’allarme alla direzione strategica dell’ASST di Lecco, che ha prontamente disposto la sospensione del medico, il quale, formalmente, e in attesa del giudizio in Cassazione, non avrebbe avuto alcuna limitazione all’esercizio della professione.

L’iter giudiziario che riguarda Campanile, e che ha portato alla sua condanna in Corte d’Assise d’Appello a ottobre, lo vede accusato di aver somministrato dosi letali di Propofol, un potente anestetico, a pazienti anziani tra il 2014 e il 2018, quando prestava servizio nel 118 di Trieste, con l’intento, secondo la sua linea difensiva, di porre fine alle loro sofferenze attraverso quella che lui stesso ha definito una “sedazione palliativa caritatevole”. Se in primo grado, a febbraio 2023, il tribunale gli aveva riconosciuto le attenuanti generiche, motivando la condanna a 15 anni e sette mesi con l’aver agito per “motivi morali”, la sentenza d’appello ha invece escluso questa circostanza, aggravando la pena e ritenendo che, laddove vi fosse stata l’intenzione di alleviare il dolore, avrebbe potuto attivare i percorsi di cure palliative. Dei nove decessi inizialmente contestati, per sette è stata confermata la natura omicidiaria, mentre per due è sopraggiunta l’assoluzione con formula piena.

La reazione della Regione e la questione della presunzione di innocenza

Sulla vicenda è intervenuto l’assessore al Welfare di Regione Lombardia, Guido Bertolaso, il quale, pur ribadendo il principio costituzionale della presunzione di innocenza fino a sentenza definitiva, ha sottolineato come, in contesti delicati quali un pronto soccorso, debba prevalere “l’etica della responsabilità” a tutela dei pazienti e del personale tutto. La decisione dell’ASST di Lecco, guidata dal direttore generale Marco Trivelli, di sospendere immediatamente Campanile non appena la sua identità è emersa con chiarezza, è stata quindi recepita e fatta propria dall’assessorato, che ha anche annunciato verifiche approfondite sulla cooperativa che lo aveva reclutato, per accertare eventuali omissioni o mancate comunicazioni riguardo il profilo del professionista. Il nodo, per Bertolaso, risiede proprio nella prassi inaccettabile per cui alcune società esterne non condividano in maniera trasparente tutte le informazioni rilevanti con le strutture sanitarie pubbliche che di quei servizi usufruiscono.

La posizione dell’Ordine e le reazioni dei consiglieri comunali

Parallelamente all’azione della Regione, l’Ordine dei medici di Gorizia, presieduto da Albino Visintin, ha aperto un fascicolo a carico di Campanile, sebbene, in assenza di una sentenza passata in giudicato e non avendo ricevuto segnalazioni dalla Procura, al momento non siano state adottate sanzioni disciplinari, anche se una prima sospensione era stata poi ritirata in attesa del giudizio definitivo. Nel frattempo, la notizia ha avuto ripercussioni anche a livello locale: i consiglieri comunali di Merate, Mandic e Salvioni, hanno annunciato l’intenzione di approfondire le dinamiche della vicenda con la direzione dell’ASST, con l’obiettivo di relazionare quanto prima in Consiglio comunale. Nell’analisi dei due esponenti, questo episodio non farebbe che rafforzare la necessità, già evidenziata dallo stesso Bertolaso, di superare in maniera strutturale e quanto più rapida possibile il sistema dei gettonisti, ricostruendo un pool stabile di medici e infermieri dipendenti che possa garantire continuità assistenziale e una migliore integrazione tra i poli di Lecco e Merate.

Il professionista e il suo operato a Merate

Nonostante il pesante carico giudiziario, chi ha incrociato Campanile nei due giorni in cui ha lavorato al Mandic ne ha tracciato un profilo di medico preciso, scrupoloso nella valutazione clinica e attento ai pazienti, come riportato da fonti locali. Un paradosso, se si considera la natura delle accuse che pendono su di lui e che lo dipingono come un “angelo della morte” per aver, secondo l’accusa, accelerato il decesso di sette anziani. La difesa del medico, che ha sempre respinto l’accusa di omicidio, potrà ora rivolgersi alla Corte di Cassazione per l’ultimo grado di giudizio, e solo dopo quella sentenza si potrà considerare definitivamente chiusa la sua posizione. Nel frattempo, la sua vicenda rimane un caso emblematico delle falle di un sistema che, per far fronte alla cronica mancanza di personale, finisce talvolta per affidarsi a professionisti la cui storia, se non adeguatamente vagliata, rischia di minare la fiducia dei cittadini nell’istituzione sanitaria.

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