Trump punta sul dialogo: “L’accordo con l’Iran è possibile”. Vertice con Netanyahu a Washington

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Dopo mesi di vane richieste e crescenti tensioni diplomatiche, il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha colto l'occasione dei funerali a Washington del senatore repubblicano Lindsey Graham, grande sostenitore di Israele e della linea dura contro l'Iran, per ottenere il tanto atteso faccia a faccia con il presidente americano Donald Trump.

Un incontro, questo, a cui il leader del Likud aspirava fin dallo scorso mese di aprile, stando a quanto riportato dalla testata Politico, e che rappresenta il primo confronto diretto tra i due da febbraio, ossia prima dell'inizio dell'operazione militare congiunta che ha infiammato il Medio Oriente.

La sospensione delle ostilità e il ruolo dei mediatori

Da tre notti, dopo tredici giorni di bombardamenti reciproci e offensive incrociate che hanno minacciato di far precipitare la regione in una crisi ancora più profonda, le armi tacciono. Un silenzio che, lungi dall'essere una resa, appare piuttosto come una pausa strategica: in queste ore i mediatori internazionali si muovono fittamente per cercare di riaprire uno spazio concreto per la diplomazia.

Da Teheran, intanto, filtra la disponibilità a fermarsi, una posizione che sembra sposare l'approccio espresso dal presidente Trump, il quale ha parlato ai giornalisti a bordo dell'Air Force One definendo l'attuale fase come quella di "colloqui approfonditi".

Le parole di Trump e le pressioni su Netanyahu

È lo stesso tycoon a tracciare la linea: "Stiamo avendo colloqui approfonditi con l'Iran e, se falliranno, torneremo a un'operazione militare su larga scala". Una dichiarazione che mette nero su bianco la strategia del doppio binario, fatta di deterrenza e di una porta socchiusa alla trattativa. Ma è proprio su questo fronte che si gioca la partita più delicata per Netanyahu, giunto a Washington per l'ottavo faccia a faccia con Trump in un anno e mezzo.

Stavolta, però, il clima è diverso: da quando il 28 febbraio è scattata l'operazione congiunta contro l'Iran, il rapporto tra i due alleati sembra essersi incrinato. L'opinione pubblica americana mostra un'ostilità sempre più evidente verso il governo israeliano, e molti osservatori ritengono che il premier sia considerato il principale artefice del coinvolgimento statunitense in un nuovo pantano mediorientale.

La sfida dell'amministrazione e le concessioni attese

E non si tratta solo di percezione esterna: anche all'interno dell'amministrazione stessa, cresce la convinzione che la gestione della crisi abbia finito per mettere a dura prova gli interessi strategici di Washington. In questo contesto, la partenza per Washington assume i contorni di una missione complessa, in cui sarà probabilmente Netanyahu a dover fare concessioni per evitare che l'alleato perda del tutto la pazienza.

Trump, dal canto suo, ribadisce con forza la linea, affermando che l'Iran sta cercando ora l'accordo, e minacciando di tornare a un'azione militare su larga scala in caso di fallimento del negoziato. Un messaggio che lascia poco spazio a interpretazioni: se la diplomazia dovesse naufragare, gli Stati Uniti sono pronti a reagire con fermezza. Il vertice alla Casa Bianca di oggi, dunque, non è solo un appuntamento di routine, ma un vero e proprio spartiacque per il futuro dell'alleanza e per gli equilibri di un'intera regione, sospesa tra il fragore delle armi e il silenzio dei tavoli negoziali.

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