Meloni al Meeting di Rimini: il discorso che divide tra fede, politica e numeri

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La platea del Meeting di Rimini, tradizionale appuntamento del cattolicesimo italiano articolato e spesso influente, ha tributato un'ovazione a Giorgia Meloni al termine di un intervento che, nel tracciare un bilancio dei suoi primi tre anni di governo, ha saputo mescolare con una certa disinvoltura – che alcuni hanno definito imbarazzante – riferimenti alla dottrina sociale della Chiesa, nomi di beati e santi come Pier Giorgio Frassati, e questioni di finanza e governance come il caso Elliot. Un approccio che, se da un lato ha alimentato le narrazioni su una sua presunta e nuova connotazione "democristiana", dall'altro ha invece evidenziato le profonde differenze che la separano da un certo cattolicesimo tradizionale, rappresentato in quell'arena da voci come quella di Leone XIV, creando un abisso difficilmente colmabile.

L'autocelebrazione della premier, infatti, non è passata indenne alle critiche di chi, da giurista, ha stigmatizzato certi slogan e, da credente, ha provato un profondo disagio nell'ascoltare un capo di governo – che pure ha citato il principio di separazione tra Stato e Chiesa – costruire una retorica politica impregnata di simboli religiosi. La celebrazione di una Meloni moderata e centrista, avanzata con insistenza da alcuni osservatori e da ex esponenti della Democrazia Cristiana come Rotondi, appare dunque come una favola, un tentativo di forzare un'etichetta su un'impostazione che centrista non è, ma che punta a posizionare la "Nazione" come perno di un nuovo blocco culturale e politico.

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