Meloni e il manifesto di Ventotene: la polemica che divide l'Europa
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Redazione Interno
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Giorgia Meloni, intervenendo in Parlamento il 19 marzo, ha espresso con nettezza la sua distanza dal Manifesto di Ventotene, definendolo incompatibile con la sua visione dell’Europa. Due i passaggi citati – quelli sulla democrazia e la proprietà privata – a cui ha opposto una secca chiusura: «Questa non è la mia Europa». Una presa di posizione che, se da un lato ha scatenato le reazioni della sinistra, dall’altro è stata accolta con entusiasmo da chi, come Antonio Pedrizzi, vede nel documento spinelliano un’offesa ai valori cattolici e una minaccia alla sovranità democratica.
La settimana precedente, il testo – spesso celebrato più che realmente letto – era stato al centro di un’adunata organizzata da Repubblica, che lo aveva ristampato e distribuito come una sorta di nuovo vangelo laico. Un’operazione culturale che, secondo alcuni critici, ne ha mitizzato il contenuto, trasformandolo in un feticcio ideologico. Eppure, quando Meloni ne ha messo in discussione l’attualità, la reazione non si è fatta attendere.
A sorpresa, però, è stato Massimo Cacciari, ospite della trasmissione Otto e Mezzo, a ribaltare il dibattito. Interpellato da Lilli Gruber sul perché la premier avesse «demolito» il Manifesto, il filosofo veneziano, dopo un silenzio carico di fastidio, ha replicato con un secco: «Regna un grande casino sotto il cielo». Una risposta che, senza entrare nel merito, ha lasciato intendere quanto la questione sia più complessa di quanto certa retorica politica voglia far credere.
Oltre i confini nazionali, la polemica ha avuto eco anche a Bruxelles, dove Iratxe Garcia Perez, capogruppo dell’eurogruppo S&D, ha bollato le parole di Meloni come un’«offesa all’Ue», ribadendo che il testo di Spinelli e Rossi resta un «patrimonio di tutti gli europei». Una contrapposizione che, al di là delle strumentalizzazioni, ripropone il dilemma di fondo: quale Europa vogliamo costruire? Quella dei tecnocrati o quella delle nazioni?




