Il bambino di 11 anni morto dopo aver inalato un deodorante spray: la madre lo ha trovato senza vita, la bomboletta era nascosta nel pigiama

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   L’ennesima tragedia consumata tra le mura domestiche, silenziosa e spietata, riporta sotto i riflettori un fenomeno inquietante che serpeggia tra i giovanissimi, alimentato dai meccanismi virali dei social network. Un bambino di appena 11 anni, Freddie Davis, è morto dopo aver inalato le sostanze contenute in una bomboletta di deodorante spray, vittima della pericolosa pratica nota come “chroming”. A fare la macabra scoperta è stata la madre, Roseanne Marie Thompson, la quale, entrando nella stanza del figlio per svegliarlo e mandarlo a scuola, se l’è trovato davanti senza vita, disteso nel letto in una posizione sospetta. Il dramma, riportato inizialmente dal Daily Mail e ripreso da altre testate britanniche come Il Messaggero, si è compiuto nella più totale inconsapevolezza da parte dei genitori, i quali solo dopo aver spostato il corpicino hanno rinvenuto il flacone spray nascosto nel pigiama del piccolo, scoprendo così la causa del decesso -4.

La dinamica ricostruita dagli inquirenti e dal medico legale, come si apprende dalle carte dell’inchiesta, parla di un’inalazione massiccia di propellente per aerosol al butano, il gas contenuto nei comuni deodoranti, una sostanza che può provocare un arresto cardiaco improvviso o il soffocamento anche in seguito a una singola, tragica esposizione. Freddie, stando a quanto ricostruito, avrebbe cercato di emulare la challenge del “chroming” – termine che deriva dall’inalazione di vapori di vernici cromate ma che oggi include l’abuso di qualsiasi solvente volatile – una tendenza che circola ampiamente su piattaforme come TikTok, dove video del genere collezionano milioni di visualizzazioni -2. La madre ha dichiarato di essere a conoscenza del fatto che coetanei del figlio traevano ispirazione da quei filmati, tanto da aver smesso di acquistare deodoranti spray nel tentativo di proteggerlo, un tentativo purtroppo vano perché quella domenica fatale, Freddie, che appariva agitato e aveva chiesto più volte il caricatore del telefono, era stato a casa di un amico, luogo in cui probabilmente era entrato in contatto con la sostanza o con l’idea di provarla -4.

L’allarme del medico legale e i dettagli dell’inchiesta

L’autopsia e gli accertamenti condotti hanno escluso il coinvolgimento di terze persone, configurando la morte del piccolo Freddie come un incidente dovuto all’inalazione dei vapori chimici. Il medico legale che ha seguito il caso, come riportato dalle fonti, ha voluto lanciare un chiaro avvertimento ai genitori, sottolineando la subdola pericolosità di queste pratiche e la facilità con cui i ragazzi possono procurarsi gli strumenti per metterle in atto, dato che si tratta di oggetti di uso comunissimo nelle case. Ciò che rende il “chroming” particolarmente insidioso è proprio la natura banale degli strumenti utilizzati – deodoranti, pennarelli indelebili, smalti, diluenti – sostanze che non destano alcun sospetto negli adulti ma che, inalate, producono un breve stato euforico a cui seguono vertigini, danni cerebrali e, come in questo caso, il decesso. Nel rapporto si legge che la madre, entrata nella stanza e non ricevendo risposta, ha subito percepito qualcosa di anomalo nella posizione del figlio, trovandolo poi freddo al tatto nonostante i successivi e inutili tentativi di rianimazione da parte dei soccorritori.

Il “chroming” e le altre sfide: una roulette russa per adolescenti

Il caso di Freddie Davis non è purtroppo un episodio isolato, ma rappresenta solo l’ultima, tragica manifestazione di un fenomeno ben più ampio e radicato che vede i social network trasformarsi in vetrine per comportamenti estremi. Negli ultimi anni, come evidenziato anche da studi presentati all’American Academy of Pediatrics, challenge come il “chroming” si sono diffuse a macchia d’olio, attirando i ragazzi con la promessa di uno sballo a costo zero e facilmente accessibile. La dinamica è sempre la stessa: ragazzi giovanissimi, spesso nel corso di pigiama party o momenti di aggregazione tra coetanei, inalano sostanze tossiche per sentirsi parte di un gruppo o per emulare ciò che vedono online, senza avere la percezione reale del rischio mortale che corrono. Gli oggetti più comuni utilizzati per queste pratiche, secondo le analisi dei ricercatori, includono pennarelli indelebili, prodotti antipolvere e, appunto, deodoranti spray, tutti facilmente reperibili in qualsiasi supermercato e privi di deterrenti all’acquisto.

I precedenti e la difficoltà di arginare il fenomeno

Le cronache britanniche e internazionali hanno già registrato in passato decessi riconducibili a questa specifica tendenza. Tra le vittime si contano adolescenti di 13 anni, come nel caso di Esra Haynes in Australia o di Tiagan Jarman in Inghilterra, decedute dopo aver inalato sostanze nel corso di feste tra amici, episodi che avevano già sollevato un polverone di polemiche e appelli affinché le piattaforme social intervenissero con maggiore decisione per rimuovere contenuti pericolosi. Nonostante alcuni tentativi di moderazione e l’apposizione di etichette di avviso su alcuni video, la diffusione di queste sfide appare difficile da bloccare, alimentata da algoritmi che premiano i contenuti scioccanti e dalla ricerca di visibilità da parte di giovanissimi influencer. La madre di Freddie, nella sua testimonianza, ha lasciato intendere che probabilmente fu un amico a introdurre il figlio a questa pratica, un dettaglio che apre uno squarcio sul modo in cui queste mode si propagano nel mondo sommerso delle relazioni pre-adolescenziali, fatto di messaggi condivisi e sfide da lanciare e raccogliere lontano dallo sguardo degli adulti.

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