L’Italia si prepara a ereditare la “maglia nera” del debito, sorpasso sulla Grecia previsto nel 2026

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Il cappio del debito pubblico si stringe ulteriormente attorno al collo dell’economia italiana, consegnando al Paese un primato continentale che nessun governo avrebbe voluto issare. A febbraio 2026, lo stock di titoli di Stato in mano ai creditori – quei risparmiatori, banche e fondi stranieri che hanno scommesso sulla solvibilità nazionale – ha raggiunto la cifra monstre di 3.139 miliardi di euro. È da questa montagna, che cresce al ritmo impressionante di 115 miliardi in un solo anno, che derivano le più acute preoccupazioni per le casse pubbliche. Gli interessi passivi che lo Stato è costretto a corrispondere su questo debito, infatti, sono destinati a superare la soglia degli 86 miliardi entro la fine dell’esercizio, con il rischio concreto – dato l’andamento dei tassi e delle emissioni – che il conto finale si avvicini pericolosamente ai 90 miliardi.

Il sorpasso amaro sull’asse Roma-Atene

Mentre la Grecia prosegue spedita nel suo percorso di risanamento, dimostrando una disciplina fiscale che molti avevano messo in dubbio durante gli anni della crisi, l’Italia si appresta a ereditare una successione poco invidiabile. Le proiezioni aggiornate, che tengono conto sia delle stime governative sia delle rilevazioni periodiche del Fondo Monetario Internazionale, convergono tutte su un verdetto ormai inevitabile: nel corso del 2026 il nostro Paese sorpasserà ufficialmente Atene diventando il membro dell’Eurozona con il più elevato rapporto tra debito pubblico e Prodotto Interno Lordo. Secondo i dati contenuti nell’ultimo Documento di Economia e Finanza (DEF), la percentuale è destinata a salire al 138,6% del PIL, un aumento di un punto e mezzo rispetto al 137,1% registrato nel 2025. La Grecia, al contrario, ha accelerato la marcia di rientro – reducing its debt-to-GDP ratio dramatically – e si attesterà su valori intorno al 137%, lasciando così il testimone del fardello più pesante a Roma.

Il peso morto degli interessi e il bilancio statale

A rendere la situazione particolarmente rigida, quasi un nodo scorsoio che impedisce manovre ardite, è l’effetto moltiplicatore degli interessi sul saldo primario. La dinamica in atto è spietata nella sua semplicità contabile: l’incremento annuo del debito – quei 115 miliardi aggiuntivi – è assorbito quasi interamente dalla voce degli interessi da corrispondere ai creditori. Ne consegue un cortocircuito finanziario per cui le entrate del bilancio dello Stato, nonostante la pressione fiscale, riescono a malapena a coprire le uscite correnti, senza lasciare margini significativi per investimenti o riduzioni della tassazione. L’avanzo primario, che in teoria rappresenta la capacità dello Stato di far fronte al debito con le proprie entrate al netto degli interessi, risulta così eroso o addirittura azzerato. Questa condizione di stallo, tecnica prima ancora che politica, trasforma ogni operazione economica in un’ardua scalata, dove la priorità assoluta diventa onorare il debito pregresso senza innescare nuove speculazioni sui titoli di Stato.

Le cause strutturali di una derata

A differenza della vicina Atene, che ha saputo sfruttare il calo dei tassi e una ritrovata credibilità internazionale per abbattere il proprio fardello, l’Italia sconta il fardello di una crescita anemica. Le stime economiche per il biennio in corso parlano chiaro: il PIL reale stenta a decollare, inchiodato su valori che non superano la soglia dello 0,6% annuo, un ritmo insufficiente per erodere lo stock di debito accumulato. A questo si aggiunge il costo residuale di alcune politiche passate – come gli effetti ritardati del Superbonus edilizio – che continuano a pesare sui saldi strutturali, e le tensioni geopolitiche internazionali che hanno rialzato i prezzi dell’energia, frenando ulteriormente i consumi e la produzione. Ne emerge il ritratto di un’economia europea tra le più industrializzate, certo, ma che rischia di rimanere schiacciata dal proprio passato fiscale, mentre l’ago della bilancia si sposta sempre più verso un equilibrio precario fatto di rinvii e coperture contabili difficilmente sostenibili nel lungo termine.

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