Angelo Pagotto, dal Milan alla montagna: «Ho perso tutto e i miei figli non mi parlano»
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Redazione Sport
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A cinquantadue anni, dopo aver calcato i campi di Serie A con maglie prestigiose come quelle del Milan e della Sampdoria, Angelo Pagotto vive oggi una dimensione diametralmente opposta rispetto agli anni ruggenti del suo passato da calciatore.
L’ex portiere dell’Under 21, che negli anni Novanta sembrava destinato a una carriera scintillante, ha visto il suo mondo crollare sotto i colpi di due pesanti squalifiche: la prima per doping – contestata e avvolta nel sospetto di uno scambio di provette – e la seconda, acclarata, per l’assunzione di sostanze stupefacenti, che nel 2007 gli è costata una radiazione poi ridotta a otto anni di stop.
È proprio da questo vortice di errori e cadute, come emerge dalle recenti dichiarazioni rilasciate alla stampa, che Pagotto ha cercato di risollevarsi, trovando rifugio tra i monti fiorentini e un’occasione di riscatto nella panchina della Pistoiese, dove attualmente allena i portieri.
L’ascesa e la caduta nel vortice milanese
La parabola ascendente del portiere verbanese, cresciuto nel vivaio del Napoli dove aveva l’abitudine di osservare rapito un certo Diego Armando Maradona, si interruppe bruscamente nel periodo magico del passaggio al Milan. L’approdo nella squadra di Silvio Berlusconi, accanto a leader carismatici come Franco Baresi e Paolo Maldini, rappresentava l’apice per qualsiasi giovane promessa; tuttavia, quella che doveva essere la consacrazione si trasformò in un’esperienza segnata dallo smarrimento e dagli eccessi.
Pagotto ha confessato senza giri di parole di aver sperperato cifre enormi in quel periodo: «In un anno ho speso 350 milioni di lire», ha raccontato, descrivendo con dovizia di particolari l’ossessione per lo shopping di lusso, come quella volta in cui entrò da Versace e acquistò un’intera collezione rimanendo scioccato dall’importo di 10 milioni di lire, pagato pur di non fare una brutta figura. «Bruciavo 30 milioni di lire al mese senza accorgermene – aveva già spiegato in precedenza – tra cene, vestiti e serate».
Le ombre delle squalifiche e la rinascita in Germania
Il declino agonistico, alimentato da quei comportamenti fuori dal campo, trovò il suo epilogo nei controlli antidoping. Nel primo caso, quello risalente al periodo del Perugia, Pagotto ha sempre parlato di un’ingiustizia legata a uno scambio di provette durante un test effettuato assieme ad altri calciatori, una vicenda che lasciò strascichi giudiziari senza però arrivare a una “pistola fumante”.
Ben diversa è stata la sua posizione riguardo la seconda squalifica, avvenuta mentre militava nel Crotone: qui l’ex estremo difensore ha ammesso di aver ceduto alla pressione di un ambiente in cui l’uso di sostanze era diffuso, raccontando di aver ceduto alla quarta volta dopo aver detto di no per tre. Con l’allontanamento dal mondo che lo aveva reso ricco, Pagotto si è trovato a dover ricostruire pezzo dopo pezzo la propria vita, emigrando in Germania dove ha lavorato per due anni come cuoco e pizzaiolo.
Al rientro in Italia, grazie all’aiuto della sorella, ha accettato un impiego come magazziniere in un’azienda tessile, un’esperienza umiliante che gli ha però permesso di conoscere la sua compagna Carolina e di ripartire da zero.
La vita ascetica in montagna e la ferita familiare
Oggi la quotidianità di Angelo Pagotto è radicalmente mutata rispetto ai fasti delle discoteche e delle vetrine firmate. Intervistato dai media, ha descritto una routine quasi ascetica: vive a Castagno d’Andrea, sui monti fiorentini, dove si sveglia all’alba e si immerge nei laghi o nei ruscelli ghiacciati per trovare la pace interiore che il denaro e la fama non gli avevano mai davvero concesso.
Tuttavia, seppur abbia ricostruito una carriera dignitosa come preparatore dei portieri – ruolo che gli consente di trasmettere la sua esperienza ai più giovani –, la serenità resta offuscata da una ferita privata che sanguina ancora: il rapporto interrotto con i figli. Pagotto ha rivelato con profonda amarezza di non avere più alcun contatto con loro; nonostante i messaggi inviati per ogni festività o compleanno, non riceve mai risposta. «Mando messaggi un giorno sì e l’altro pure, ma non ricevo alcuna risposta – ha confessato –.
Io sono cresciuto senza papà e so quanto ho sofferto, mi piacerebbe essere presente nella loro vita».




