Un asse fra Washington e Mosca che punta allo smantellamento dell'Ue
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Redazione Esteri
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Uno spettro, come ebbe a dire qualcuno in tempi non sospetti, si aggira per il vecchio continente: non è quello del comunismo, bensì quello della disgregazione dell’Unione Europea, un obiettivo strategico perseguito con metodi ibridi e che ora trova, stando alle analisi di esperti e alle recenti mosse diplomatiche, un pericoloso punto di convergenza fra due potenze tradizionalmente avversarie. Il ministro della Difesa Guido Crosetto, in un documento ufficiale, ha parlato senza mezzi termini di "Stati autoritari" dediti in modo "subdolo" a una opera di "delegittimazione" delle istituzioni democratiche nazionali e delle "alleanze sovranazionali come l’Ue". Un'allarme che, alla luce degli ultimi sviluppi, assume contorni concreti e inquietanti, travalicando i confini europei per proiettarsi in scenari globali dove gli interessi di Washington e Mosca sembrano trovare un inedito e pragmatico allineamento.
La nuova frontiera di Trump e il gioco di Putin
Donald Trump, consolidata la sua posizione alla guida degli Stati Uniti, ha spostato apertamente il proprio fuoco sulle Americhe, dichiarando chiuso lo spazio aereo sul Venezuela e preannunciando operazioni di terra. La motivazione ufficiale, la lotta al narcotraffico, cela a malapena il vero obiettivo, che è il regime di Nicolás Maduro, storico alleato di Mosca e Pechino nel cortile di casa americano. Una mossa che, mentre riafferma una dottrina Monroe in chiave trumpiana, apre un nuovo fronte di pressione. Contemporaneamente, Vladimir Putin, nell’attesa dell’inviato speciale della Casa Bianca, ha scatenato su Kiev uno dei più violenti bombardamenti dall’inizio del conflitto, con centinaia di ordigni che hanno causato vittime civili in una tragedia diventata, suo malgrado, quasi routine. Due teatri distanti, che paiono coordinati da una regia occulta tesa a testare la tenuta degli avversari e a creare nuove leve negoziali.
La pace come affare: il business plan di Witkoff e Dmitriev
Proprio i negoziati per porre fine alla guerra in Ucraina, mai così attivi, rivelano la natura essenzialmente transazionale di questo momento storico. Quello che circola non è un tradizionale piano diplomatico, bensì una sorta di business plan geopolitico, frutto del lavoro di figure come l’immobiliarista Steve Witkoff per gli Stati Uniti e del manager Kirill Dmitriev per la Russia. Il cuore della proposta, in continuo aggiornamento ma stabile nella sostanza, prevede la creazione di un fondo colossale, stimato in 300 miliardi di dollari, alimentato dagli asset russi attualmente congelati e da futuri finanziamenti europei. I profitti derivanti da questa operazione, secondo le bozze, sarebbero equamente divisi fra le due superpotenze, in una spartizione che trasforma la diplomazia in un contratto d’affari dove Trump fa da capotavola.
Le poste in gioco: risorse naturali e il ruolo dell'Europa
Oltre alla mastodontica operazione finanziaria, il piano disegna una spartizione di interessi economici tangibili che bypassa completamente le istanze di Kiev e, soprattutto, quelle dell’Unione Europea. Agli Stati Uniti andrebbero, in via preferenziale, i diritti di sfruttamento sulle enormi riserve di terre rare presenti in Ucraina, materiali critici per l’industria tecnologica e militare. Alla Russia, invece, verrebbe garantito il controllo e il flusso delle risorse energetiche attraverso il territorio ucraino, ripristinando e consolidando il suo ruolo di fornitore continentale. L’Europa, in questo calcolo spietato, si troverebbe non solo esclusa dalle decisioni fondamentali per la propria sicurezza, ma chiamata a contribuire al fondo che finanzierà la ricostruzione, sostenendo di fatto i costi di un accordo i cui benefici strategici ed economici verrebbero incassati altrove. Una prospettiva che, se confermata, segnerebbe una clamorosa sconfitta politica e un pericoloso vulnus alla sovranità collettiva del progetto europeo.




