Crollo ponte Morandi, la sentenza di primo grado: 32 condanne e 25 assoluzioni
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Redazione Interno
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Si è chiuso con un verdetto netto e articolato il primo grado del processo per il disastro del ponte Morandi, il crollo che il 14 agosto 2018 sconvolse Genova e l'intero Paese. La lettura della sentenza, affidata al giudice Paolo Lepri, presidente del collegio del tribunale di Genova, si è svolta nell'aula bunker del palazzo di giustizia e ha richiesto una ventina di minuti, durante i quali sono state scandite le posizioni dei numerosi imputati.
Alla fine, il computo complessivo parla di 32 condanne a fronte di 25 assoluzioni, numeri che disegnano un quadro giudiziario complesso nel quale spicca, per la severità della pena, la posizione del principale imputato, l'ex amministratore delegato di Autostrade per l'Italia, Giovanni Castellucci.
La condanna più pesante e il peso di un doppio disastro
La pena inflitta a Giovanni Castellucci, dodici anni di reclusione, rappresenta il punto più alto dell'intero dispositivo e non può essere letta, in questo frangente, se non sullo sfondo di un'esistenza segnata da una duplice e tragica vicenda giudiziaria. Castellucci, già detenuto nel carcere di Opera per scontare una condanna di sei anni legata a un altro dramma della strada, quello del bus precipitato in Irpinia il 28 luglio 2013 con un bilancio di quaranta vittime, si trova ora a dover rispondere anche di quanto accaduto a Genova.
La sua posizione, al vertice della società concessionaria, era stata al centro dell'istruttoria come quella di colui che, pur non avendo materialmente progettato o manutenuto l'infrastruttura, rappresentava l'apice di un sistema di responsabilità e di scelte gestionali.
Le reazioni dei familiari e la ricerca di giustizia
L'attesa per la sentenza ha portato a Genova, come prevedibile, i familiari delle quarantatré vittime, e tra questi la famiglia Cecala, originaria di Oleggio, che nel crollo ha perso Cristian, la moglie Dawna e la figlioletta Crystal. La loro presenza nell'aula bunker, insieme a quella di Amelia, la madre di Cristian, e degli altri figli Antonio e Rosy con la nipote Jessica, testimonia il bisogno di una risposta che vada oltre la mera attribuzione formale di colpe.
Al termine della lettura, è stata la voce di Egle Possetti, presidente del comitato dei parenti delle vittime, a farsi portavoce di un sentimento che mescola soddisfazione per il riconoscimento giudiziale delle colpe e la consapevolezza che la verità giudiziaria rappresenta solo una tappa di un percorso più lungo.
Le parole di Possetti e il significato della sentenza
Possetti ha utilizzato un'immagine potente per descrivere l'esito del processo, parlando di un crollo della cortina di fumo che per anni ha avvolto la ricostruzione dei fatti. La sentenza, nelle sue parole, sancisce responsabilità precise in capo a figure specifiche e segna un passaggio storico, poiché per la prima volta vengono bocciati anche i responsabili dei controlli pubblici, quegli enti e quelle persone che, avendo il dovere di vigilare, non hanno impedito il disastro.
Il fatto che nessun controllore abbia fermato il manovratore, per usare la sua metafora, rappresenta una delle chiavi di lettura più amare di questa vicenda, quella di un sistema di sorveglianza che si è rivelato inefficace davanti alla lenta e progressiva degenerazione di un'infrastruttura.
L'elenco dei condannati e l'assoluzione di molti tecnici
Se il nome di Castellucci domina le cronache per la severità della pena, il dispositivo della sentenza si compone di un lungo e complicato elenco di numeri che riguardano le posizioni di manager, funzionari e tecnici. Tra questi, figurano gli ex vertici di Aspi e di Spea, la società interna che si occupava della progettazione e delle manutenzioni, ma anche funzionari del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, chiamati a rispondere a vario titolo di disastro colposo e omicidio colposo plurimo.
Il collegio, tuttavia, ha anche accolto le tesi difensive di numerosi imputati, portando a venticinque le assoluzioni, un dato che conferma la complessità di un quadro probatorio fondato su perizie, testimonianze e un corposo fascicolo documentale.




