Export italiano, il motore tiene nonostante la crisi ma il rischio di concentrazione frena la crescita
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Redazione Economia
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L’economia italiana, nonostante un contesto internazionale che appare sempre più simile a un campo minato fatto di dazi ballerini e tensioni geopolitiche, continua a reggersi in larga parte sulla sua capacità di vendere prodotti oltre confine. A dirlo sono i numeri elaborati dall’Istat, che ci consegnano un’Italia ancora stabilmente ancorata al quinto posto nella classifica mondiale delle esportazioni, un posizionamento che pochi “piccoli Paesi” come il nostro possono vantare. A spingere questo trend, seppur tra mille difficoltà, troviamo certamente il comparto della moda – da sempre nostra punta di diamante – ma non solo: l’agroalimentare, l’arredamento, la gioielleria e la nautica continuano a macinare record, ai quali si aggiungono settori ad alta densità tecnologica come l’automotive, l’aerospazio, la farmaceutica e la manifattura avanzata. Il sorpasso, se così possiamo definirlo, avviene però sul piano della retorica: questi dati smentiscono infatti la narrazione, troppo spesso ripetuta, di una produttività nazionale in declino irreversibile.
Il nuovo fronte della concorrenza e la sfida cinese
Tuttavia, navigare a vista in questo mare agitato comporta rischi che vanno ben oltre le classiche fluttuazioni della domanda. La vera insidia, oggi, è rappresentata dalla crescente competitività della Cina, un avversario che non punta più solo sul basso costo del lavoro, ma che sta attaccando il made in Italy sui terreni che ci sono più cari: la qualità percepita e l’innovazione di processo. Ne è una prova lampante l’andamento delle importazioni di autovetture dal Dragone, letteralmente impennatesi nel primo trimestre del 2026; si parla di una crescita talmente vertiginosa da aver trasformato le strade italiane in un vero e proprio showroom per i marchi cinesi, i quali hanno ormai superato alcune delle nazioni tradizionalmente fornitrici dell’Europa in termini di volumi. Se un tempo l’aggettivo “cinese” evocava l’idea di plastica low cost, oggi la sfida si combatte nei saloni dell’auto di lusso e nei comparti più sofisticati dell’elettronica, costringendo le nostre aziende a difendersi su due fronti contemporaneamente.
Fare sistema: nasce ExPAnD per orientarsi nel caos
Di fronte a uno scenario geopolitico segnato da frammentazione regolatoria e standard di accesso ai mercati sempre più stringenti, il mondo produttivo ha capito che l’isolamento è una condanna certa. Ecco perché, durante l’ultima edizione del Festival dell’Economia di Trento, è stato siglato un accordo che potrebbe rappresentare una bussola per il futuro: Confindustria e il Gruppo Il Sole 24 Ore hanno lanciato “ExPAnD”, una piattaforma avanzata basata su dati e analisi. L’obiettivo dichiarato di questo strumento è quello di fornire alle imprese – in particolare a quelle che non hanno le spalle coperte da un dipartimento di analisi rischi – la capacità di valutare i mercati esteri, scrutare i competitor e, aspetto cruciale, decifrare gli scenari geopolitici applicati al potenziale commerciale di un determinato territorio. Si tratta di un tentativo concreto di fare “sistema”, cercando di ridurre quella vulnerabilità strutturale che colpisce molte delle nostre piccole e medie imprese, spesso fortemente esposte verso un unico Paese di destinazione, una concentrazione che, come insegna la cronaca recente, trasforma un incidente diplomatico in una potenziale bancarotta.
I numeri da record e la resilienza strutturale
Nonostante le crisi energetiche passate e l’inflazione ancora combattuta, la Penisola riesce a mantenere un surplus commerciale invidiabile. Guardando i dati aggregati, l’Italia si conferma una macchina da guerra silenziosa, capace di generare ricchezza laddove altre economie europee – penso alla Germania – arrancano a causa della dipendenza da materie prime e delle strozzature logistiche. Certo, i problemi non mancano. La recente crisi nel Mar Rosso e le tensioni relative allo Stretto di Hormuz, ad esempio, hanno messo in luce la fragilità delle catene di approvvigionamento globali; una fragilità che per l’Italia, grande esportatore di macchinari e merci deperibili, si traduce in costi assicurativi alle stelle e ritardi che fanno saltare contratti milionari. Ciononostante, la varietà dell’export italiano – che spazia dagli alimentari all’alta tecnologia – funge da ammortizzatore, permettendo al Paese di restare a galla e navigare, se non a vele spiegate, almeno con la prua saldamente puntata verso la ripresa.




