Gratteri e il falso di Falcone, la giustificazione diventa un meme

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La ricetta della carbonara con la panna, inviata da uno “chef serio”, è diventata il simbolo involontario della gaffe che ha travolto il procuratore di Napoli Nicola Gratteri, il quale, senza scusarsi, ha scaricato la responsabilità della falsa intervista a Giovanni Falcone su coloro che gliel’avrebbero fornita. Quel riferimento culinario, trasformato in un’immagine virale che ritrae il magistrato col telefono in mano mentre legge l’improbabile ricetta, rappresenta ormai la toppa più goffa messa per tentare di giustificare un buco clamoroso. L’episodio, che ha dell’inverosimile, ha avuto come palcoscenico lo studio del programma “DiMartedì” su La7, dove Gratteri, in diretta nazionale, ha brandito il suo smartphone per leggere quelle che credeva fossero le parole autentiche del giudice ucciso dalla mafia, citando come fonte un’inesistente intervista a “Repubblica”.

La lettura in diretta e la smentita del quotidiano

A rendere pubblica la macchia sulla reputazione del magistrato è stata proprio la sua apparizione televisiva, durante la quale ha recitato il testo, presentandolo come la prova regina della contrarietà di Falcone alla separazione delle carriere. Le sue affermazioni, tuttavia, si sono scontrate quasi immediatamente con la realtà dei fatti, poiché Giovanni Falcone non avrebbe mai pronunciato quelle frasi, né tantomeno il quotidiano menzionato le ha mai pubblicate. La smentita ufficiale del giornale ha fatto crollare come un castello di carte l’intera costruzione, costringendo gli attori principali della vicenda a un maldestro dietrofront, mentre l’attenzione pubblica, catturata dall’assurdità della situazione, iniziava a produrre una valanga di ironia.

Le reazioni e l’assenza di scuse

Sulla questione, dopo che il caso è esploso sui media, è intervenuto anche Marco Travaglio, unendosi alle scuse che, al contrario, non sono arrivate dal procuratore. Gratteri, infatti, ha preferito una linea di difesa che, lungi dall’ammettere l’errore, ha di fatto accusato terze parti, affermando di aver ricevuto il documento da “persone serie”. Una giustificazione che, per molti, è apparsa debole e poco convincente, alimentando ulteriormente il dibattito attorno all’accaduto e offrendo il fianco a critiche feroci, le quali hanno sottolineato la gravità di utilizzare una fonte non verificata in un contesto così delicato e pubblico.

Le implicazioni per la figura del magistrato

L’utilizzo di un falso storico per sostenere una tesi giudiziaria così specifica, per di più legata alla figura di un simbolo della lotta alla mafia, non poteva passare inosservato e ha inevitabilmente proiettato un’ombra sull’operato del magistrato. Se da un lato l’episodio ha generato un fenomeno di satira che ne ha ridimensionato la portata tragica attraverso i social network, dall’altro ha sollevato interrogativi non banali sui metodi e sulla preparazione di chi ricopre incarichi di tale rilevanza. La vicenda, sebbene risolta in tempi brevi dalla smentita, lascia strascichi sulla percezione pubblica dell’affidabilità delle fonti utilizzate nelle argomentazioni di chi amministra la giustizia.

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