Diletta Leotta e il podcast di Victoria Cabello: “A letto mi do la lode, sono un vulcano. E sugli haters ho messo un filtro”

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   La corniola di un podcast, quella dimensione intima e apparentemente distesa dove le parole scorrono con minore rigidità rispetto ai protocolli televisivi, ha fatto da sfondo all’ultima uscita pubblica di Diletta Leotta. La conduttrice, ospite di Victoria Cabello in una puntata di “Fuori di Cabello”, ha dato vita a una chiacchierata che ha toccato corde personali e professionali, alternando l’ironia a dichiarazioni dal tono più riflessivo. La giornalista sportiva di Dazn, che da tempo è abituata a muoversi tra i riflettori del calcio che conta, si è concessa una pausa dal racconto delle partite per parlare di sé, della sua vita privata e del modo in cui percepisce il proprio ruolo pubblico, in un’epoca in cui l’immagine, e lo conferma anche la sua esperienza, viene costantemente sezionata e giudicata.

L’autovalutazione in camera da letto e la sicurezza di sé

Non sono mancati, nel corso dell’intervista, i passaggi in cui Leotta ha abbassato del tutto le difese, mostrando un lato forse inedito per chi la segue solo nelle cronache sportive o sui red carpet. Parlando di intimità e rapporto di coppia, la conduttrice ha utilizzato una metafora che affonda le radici nella sua terra d’origine: «Sono siciliana, a letto sono un vulcano». Un’immagine, quella del magma e del calore dell’Etna, che ha voluto fosse chiara e diretta per descrivere il proprio temperamento passionale. Senza falsi pudori, anzi con una punta di autoironia che non guasta mai in queste circostanze, Diletta si è spinta oltre, fino ad auto-attribuirsi un punteggio che lascia poco spazio all’interpretazione: «Mi do la lode», ha detto con convinzione, spiegando anche quale sia la sua posizione preferita, che ha definito con una parola, “fantasia”, per sottolineare la ricerca costante di novità e la voglia di non cadere nella routine, dettagli questi che emergono dal racconto di chi ha ascoltato le sue parole -1. Una dichiarazione che, al netto della provocazione e del gioco dialettico tipico di certe conversazioni tra amiche, mette in luce una donna consapevole del proprio fascino e della propria sensualità, lontana anni luce da quegli stereotipi che la vorrebbero ingabbiata nel solo ruolo di presentatrice algida e distaccata.

La rabbia per i pregiudizi e la gestione degli haters

Ma la conversazione con Victoria Cabello non si è limitata ai soli territori del gossip o della vita sentimentale. C’è stato spazio, e non potrebbe essere altrimenti vista la traiettoria professionale della Leotta, per una riflessione più amara su quanto sia complesso, per una donna, farsi strada in ambienti lavorativi spesso dominati da logiche maschili. «Cosa mi fa più rabbia? Essere sottovalutata», ha confessato, toccando un nervo scoperto della sua carriera. Leotta ha raccontato la frustrazione di vedersi spesso ricondotta a una mera questione estetica, come se un aspetto curato e una certa avvenenza fisica fossero automaticamente in antitesi con la preparazione e la competenza. «Quando c’è una ragazza carina, vestita bene, allora deve essere messa in una categoria. L’accettazione che una donna anche di bella presenza possa anche saper fare delle cose sta un po’ sul ca**o», ha detto senza mezzi termini, fotografando una realtà che molte professioniste dello spettacolo e non solo conoscono bene -2.

Questa consapevolezza si intreccia inevitabilmente con il rapporto, spesso conflittuale, con i social network. Diletta ha rivelato di essersi dotata di una sorta di scudo digitale, un vero e proprio filtro anti-haters che ha messo a punto insieme agli amici Jake La Furia e Daniele Battaglia, una scelta pratica per arginare la valanga di commenti volgari e insulti che quotidianamente popolano i suoi profili. Non si tratta solo di proteggere la propria immagine pubblica, ma di difendere la propria sfera personale da attacchi che lei stessa ha definito gratuiti e violenti. La sua esperienza, del resto, è quella di chi sa che molte delle persone che la insultano dietro una tastiera sono poi le stesse che, incontrandola per strada, le chiedono una foto o un autografo, una schizofrenia del costume contemporaneo che lei aveva già avuto modo di raccontare in altre interviste, dove sottolineava come l’invidia, un sentimento che dice di non provare, sia spesso alla base di certi comportamenti online -10.

Il lavoro che cambia: la nostalgia del campo e la stoccata a Mediaset

Sul fronte squisitamente professionale, Leotta ha ripercorso le tappe della sua crescita, dagli esordi fino all’attuale posizione di primo piano nel panorama sportivo. Pur riconoscendo il valore della nuova avventura in studio con “Fuoriclasse Serie A Show”, un programma che le permette di approfondire le partite con ospiti e analisi, la conduttrice non ha nascosto una certa nostalgia per il passato. «Ora che faccio programmi un po’ mi manca lo stadio», ha ammesso, ricordando con affetto il lavoro da inviata a bordo campo, quel contatto diretto con i giocatori e con l’atmosfera gremita dei grandi eventi. Un mondo, quello del calcio vissuto dalla linea laterale, che l’ha vista crescere e che ha contribuito a costruire la sua popolarità. Un passaggio obbligato, questo, che molte carriere televisive impongono, ma che a volte lascia un retrogusto dolceamaro in chi quel mestiere lo ha amato nella sua forma più pura e spontanea -1.

E proprio di televisione si è parlato quando il discorso è caduto su “La Talpa”, il reality show che l’ha vista alla conduzione su Mediaset e che non ha riscosso il successo sperato. Leotta, pur avendo messo grande impegno nel progetto, non ha lesinato una critica piuttosto netta ai meccanismi produttivi del programma. «Non sono abituata a programmi non in diretta», ha dichiarato, lasciando intendere che la natura registrata e montata dello show possa averne penalizzato l’immediatezza e il coinvolgimento emotivo, ingredienti che invece sono alla base del suo modo di fare televisione, più votato alla spontaneità della diretta che alla costruzione artificiosa del prodotto confezionato a posteriori -2. Una stoccata indiretta ma chiara a chi ha deciso le sorti del programma, una differenza di visione che lei, forte della sua esperienza, ha voluto sottolineare senza giri di parole, riaffermando la propria identità di professionista abituata a gestire l’imprevedibilità del live.

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