Il ghiaccio di Marte, da scenario fantasioso a possibile materiale da costruzione per le future colonie
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Redazione Scienza e Tecnologia
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Mentre il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ribadisce l'obiettivo di portare astronauti sul Pianeta Rosso, una delle sfide più complesse, ben più ardua del viaggio stesso, rimane la costruzione di habitat permanenti e sicuri. Questi insediamenti, necessari per la sopravvivenza, la ricerca e il benessere psicofisico dei coloni, potrebbero trovare un alleato inaspettato proprio nell'ambiente marziano. Contrariamente alle visioni architettoniche che dipingono basi in metallo o strutture sepolte sotto la regolite, un'ipotesi creativa presentata da un team guidato dall'Università di Harvard durante il convegno dell'American Geophysical Union sta guadagnando credito scientifico: costruire con il ghiaccio.
Una risorsa abbondante e dalle proprietà uniche
L'idea, che trasforma le potenziali città in qualcosa di simile ai paesaggi cristallini di un noto film di animazione, non nasce dal puro estro visionario ma dalla valutazione concreta delle risorse disponibili. Marte, infatti, ospita depositi di ghiaccio d'acqua stimati in oltre cinque milioni di chilometri cubi, concentrati soprattutto nelle regioni polari ma non solo. Utilizzare questo materiale, che è un ottimo isolante e blocca efficacemente le radiazioni cosmiche – uno dei pericoli maggiori per gli esseri umani sulla superficie – appare quindi una soluzione pragmatica. L'impiego di risorse in situ, senza dover trasportare dall'erra masse immense di materiali da costruzione, rappresenterebbe un vantaggio economico e logistico decisivo, gettando le basi per una vera architettura extraterrestre sostenibile.
Dai ghiacci marziani alle incisioni della Val Camonica: il fascino persistente del mistero
La speculazione su un possibile futuro tra i ghiacci di Marte sembra riecheggiare, in una chiave totalmente diversa e scientificamente fondata, un altro tipo di narrazione che unisce l'umano al mistero cosmico. In Val Camonica, precisamente nel sito UNESCO di Foppe di Nadro, un immenso patrimonio di incisioni rupestri risalenti a millenni fa continua a sollecitare interpretazioni che vanno ben oltre il consueto ambito archeologico. Accanto agli studi accademici, infatti, persiste e attira curiosità un filone di pensiero alternativo, il quale legge in quelle enigmatiche figure la testimonianza di un "ancestrale contatto" con intelligenze non terrestri. Se per Marte si cercano prove fisiche e soluzioni ingegneristiche, qui la suggestione si alimenta di simboli il cui significato originario, per molti versi, rimane oscuro.
Due approcci distinti alla ricerca di una risposta
Le due narrative – quella tecnologica sul ghiaccio marziano e quella pseudo-archeologica sulle rocce camune – incarnano metodi diametralmente opposti nell'affrontare l'ignoto. La prima procede per ipotesi verificabili, modelli e piani operativi, trasformando una risorsa naturale in un progetto concreto per l'espansione della presenza umana. La seconda, invece, spesso ritenuta una forzatura dagli addetti ai lavori, attinge a un immaginario collettivo potente, cercando nelle tracce del nostro passato remoto una spiegazione straordinaria a forme e simboli. Entrambe, tuttavia, per motivi e con strumenti differenti, testimoniano una medesima, antica pulsione: guardare oltre il confine del conosciuto, che sia il deserto rosso di un altro pianeta o l'enigma scolpito nella pietra dei nostri antenati.




