La Dakar parte col botto: De Mévius domina la prima tappa, Canet sorpassa Branch tra le moto
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Redazione Sport
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Il deserto saudita ha pronunciato il suo primo verdetto, aspro e definitivo come la sabbia che ne modella le distese, assegnando a Guillaume De Mévius la vittoria della tappa inaugurale della Dakar 2026. Il pilota belga, affiancato dall’esperto navigatore francese Mathieu Baumel, ha saputo gestire con fredda determinazione i 305 chilometri cronometrati del percorso ad anello attorno a Yanbu, fermando il cronometro sul tempo di 3 ore, 7 minuti e 49 secondi. Un risultato, il suo, che non lascia spazio a repliche immediate e che stacca di un netto margine, ben quaranta secondi, il più titolato degli inseguitori, il qatariota Nasser Al-Attiyah, il quale, pur guidando una delle Dacia Sandriders più competitive, ha dovuto inchinarsi all’efficienza della Mini John Cooper Works T1+ del team X-Raid. A completare il quadro del podio, trovandosi a scavare nella polvere sollevata dai due battistrada, si è piazzato il ceco Martin Prokop, il cui percorso è stato comunque segnato da una prestazione di alto livello.
Il volto inaspettato della leadership
Quella di De Mévius, che alcuni osservatori consideravano un outsider di rango elevato ma non il principale favorito per la frazione iniziale, è un’affermazione che ribalta diversi pronostici, dimostrando come l’affidabilità meccanica e la perfetta sinergia con il copilota possano compensare, almeno in questa fase, la potenza apparentemente superiore di altri mezzi. La sua vettura, come viene sottolineato da più parti, è tecnicamente la più datata tra quelle che ambiscono alla vittoria finale, un dettaglio che rende il successo odierno ancor più significativo e che proietta il duo belga-francese sotto i riflettori come una minaccia concreta. Alle loro spalle, il panorama competitivo si è già delineato con contorni precisi, promettendo battaglie serrate nei giorni a venire, dove la resistenza psicologica diverrà un fattore almeno pari a quello tecnico.
Il capovolgimento nella categoria moto
Un dramma giudiziario, seppur di natura sportiva, ha invece riscritto la classifica nella categoria moto, dove il pilota spagnolo Edgar Canet, in sella alla sua KTM, ha visto premiata la sua ottima prova – la seconda migliore in pista – grazie a una penalizzazione di sei minuti inflitta al vincitore materiale della tappa, Ross Branch. L’infrazione, correlata al mancato rispetto di un limite di velocità, ha comportato una decurtazione di tempo che ha ribaltato le posizioni, consegnando a Canet la leadership e offrendo una lezione circa l’importanza della regolarità in una competizione dove ogni minuto, anzi ogni secondo, è un tesoro da conservare gelosamente. L’episodio, del tutto interno alla gestione della gara e alle sue stringenti regole, ricorda come la Dakar sia una sfida multidimensionale, nella quale l’ardimento deve sempre fare i conti con la disciplina e la precisione.
Un ritorno che parla di eredità
Oltre i numeri e le classifiche, l’edizione di quest’anno è segnata da un ritorno carico di significato, quello del marchio Defender, che con la sua presenza evoca un’eredità leggendaria nel mondo dei raid desertici. L’immagine dei suoi mezzi, non così dissimili nelle linee essenziali da quelli che si possono incontrare su sterrati ordinari, mentre avanzano tenaci tra le dune, restituisce il senso più autentico di una gara che è, prima di tutto, esplorazione e superamento dei limiti. Quella stessa filosofia, che unisce l’avventura alla resilienza tecnologica, è ciò che spinge la casa inglese a impegnarsi non solo nella Dakar ma nell’intero campionato Rally Raid, cercando di trasformare la durezza dell’ambiente in un banco di prova per una mobilità senza confini. La corsa, del resto, è appena cominciata e il deserto, con le sue insidie nascoste e le sue trappole di sabbia, avrà ancora moltissimo da dire.




