Il bresciano Fausto Gei è venerabile, papa Leone XIV riconosce le sue virtù eroiche

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   C'è anche un nome bresciano, o per meglio dire un nome legato a doppio filo alla città della Leonessa, nel novero delle figure verso le quali la Chiesa, per volontà di papa Leone XIV, ha deciso di compiere un passo decisivo nel lungo iter che conduce alla gloria degli altari. Si tratta di Fausto Gei, fedele laico morto nel 1968, per il quale il pontefice, ricevendo in udienza il cardinale Marcello Semeraro, prefetto del Dicastero delle Cause dei Santi, ha autorizzato la promulgazione del decreto che ne riconosce le virtù eroiche -2. Un atto formale, questo, che conferisce a Gei il Titolo di venerabile, tappa intermedia obbligata prima della beatificazione, alla quale si perviene solitamente dopo l'accertamento di un miracolo ottenuto per sua intercessione.

La notizia, diffusa nell'udienza di sabato 21 febbraio 2026, giunge a suggellare una fama di santità che, in realtà, circonda la figura di Gei fin dalla sua morte, avvenuta a soli quarantun anni dopo un lungo e atroce calvario fisico -1. Nato a Brescia nel 1927, la sua esistenza, apparentemente normale e proiettata verso gli studi di medicina all'Università di Pavia, venne stravolta durante il secondo anno di università dalla diagnosi di sclerosi a placche -4. Per oltre vent'anni, Fausto Gei visse la sua condizione di malattia progressiva, che lo privò prima della deambulazione, poi dell'uso delle mani e infine della parola fluente, trasformandola in un'autentica missione. Egli, come riferiscono le cronache dell'epoca e i suoi stessi scritti, non cercò mai la guarigione per sé, ma offrì la propria sofferenza, divenendo un punto di riferimento e un apostolo per migliaia di altri sofferenti -1.

La sua appartenenza all'Associazione Silenziosi Operai della Croce, fondata da monsignor Luigi Novarese, ne caratterizzò profondamente la spiritualità -2. Dal suo capezzale, dove riceveva visitatori e confortava chi era nel dolore, Gei riuscì a dettare libri, aforismi e articoli per il settimanale diocesano "La Voce del Popolo", dando vita a una "pagina del malato" che divenne un sostegno spirituale per molti -4. La sua capacità di accettare la croce, ben documentata nei suoi scritti come "Sofferenza serena", trasformò la sua stanza in un luogo di pellegrinaggio silenzioso, dove la disabilità fisica lasciava spazio a una straordinaria fecondità interiore. Il medico che lo assistette negli ultimi istanti, come si legge in vecchie cronache locali, ebbe a dichiarare che l'atrocità della sua agonia sarebbe stata insopportabile anche se suddivisa fra dieci pazienti -1.

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