Alessandro Coatti, il biologo italiano ucciso in Colombia: un delitto senza risposte
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Redazione Interno
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Aveva 38 anni, un passato da ricercatore nella prestigiosa Royal Society of Biology di Londra e un futuro che avrebbe potuto portarlo a vivere tra la natura del Sudamerica. Invece, per Alessandro Coatti, originario di Portomaggiore, in provincia di Ferrara, tutto si è interrotto in modo brutale a Santa Marta, città colombiana affacciata sul mar dei Caraibi, dove il suo corpo è stato ritrovato smembrato.
I resti del biologo – soltanto testa e braccia – sono stati rinvenuti in una valigia abbandonata vicino allo stadio locale e in un torrente, in circostanze che lasciano intravedere una violenza inusitata, tanto da spingere lo zio della vittima a parlare di un possibile legame con il traffico di organi. «Ho un pensiero fisso», ha detto, senza escludere che dietro l’omicidio possano esserci organizzazioni criminali.
Coatti, che aveva lavorato per quasi un decennio nella capitale britannica prima di dare le dimissioni, si trovava in Colombia come volontario, spinto dalla passione per la biodiversità e gli animali. «Era brillante, curioso, portava allegria», raccontano quelli che lo hanno conosciuto a Londra, dove la sua scomparsa ha lasciato un vuoto. L’ultimo contatto con i familiari risale a pochi giorni prima del delitto: sembrava sereno, non aveva accennato a minacce o pericoli.
La Procura di Roma ha aperto un fascicolo per fare luce sulla morte, mentre le autorità colombiane indagano senza ancora aver ricostruito le dinamiche. Quel che è certo è che Coatti, riconosciuto grazie al braccialetto della struttura dove alloggiava, è stato ucciso in modo particolarmente efferato, in una zona turistica ma non immune dalla criminalità.




