Via Bellerio nel silenzio e lo striscione dei “Giovani padani”: l’addio della Lega a Umberto Bossi
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Redazione Interno
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La sede di via Bellerio, quel famoso “Carroccio” che per decenni è stato il centro gravitazionale del sentimento autonomista, si è risvegliata in un silenzio irreale. Non ci sono manifesti, non ci sono annunci trionfali, né tanto meno la consueta frenesia che caratterizzava le giornate di battaglia politica quando, al suo interno, si decidevano le sorti di alleanze nazionali. C’è solo un’aria sospesa, quella che accompagna i saluti definitivi. Eppure, se le porte fisiche della storica sede milanese sembrano chiuse in segno di lutto – con tutti gli appuntamenti politici cancellati per la giornata –, lo spazio pubblico, quello delle piazze e delle onde radio, è stato invaso da un flusso ininterrotto di messaggi popolari. A fargli da contrappunto, quasi un contrappasso emotivo, è la voce di Sammy Varin su Radio Libertà: una voce che si fa più lenta, quasi trattenuta, mentre snocciola le dediche degli ascoltori per il “Senatùr”. In sottofondo, a chiudere il cerchio di un’identità che si voleva “padana”, tornano i cori del “Va’ pensiero” e poi, inevitabile, “Soffia forte il vento del Nord”, a costruire un archivio sonoro che per molti è stato il manifesto di un’epoca.
Gemonio, il pellegrinaggio discreto e l’abbraccio dei “fedelissimi”
A prima vista, nella stradina che dal centro di Gemonio scende verso la pianura, non sembra esserci alcuna differenza con le decine di altre volte. Sotto quel cielo della Lombardia “così bello quando è bello”, come amava ripetere lo stesso Umberto Bossi, si staglia la villa gialla con gli stencil floreali. Fuori, come sempre in questi ultimi anni, ci sono i giornalisti; la scena appare quasi identica a quella di dieci, forse vent’anni fa. Ma a scandire il passaggio del tempo, oggi, c’è uno striscione appeso al cancello che recita una promessa di fedeltà eterna: “Saremo per sempre i tuoi Giovani padani”. Il pellegrinaggio a casa del fondatore, sebbene la famiglia abbia chiesto raccoglimento, è stato scandito dalla presenza discreta dei militanti storici. Tra questi, Daniele Zorzo, arrivato da Albizzate, ha annodato al cancello una bandiera storica della Lega, aggiungendo di suo pugno un messaggio che intreccia orgoglio e insegnamento: “La tua Lega, il nostro orgoglio. Il tuo coraggio, la nostra forza. Le tue idee, le nostre battaglie”. C’è chi, come Salvatore Palazzo, ex capogruppo in Consiglio comunale, ricorda gli anni in cui il leader riuniva i compagni fino a notte fonda per discutere del paese, rimarcando come Bossi “abbia unito l’Italia” e, insieme a Berlusconi, “unito e rafforzato il centrodestra”.
La testimonianza di Maura Locatelli: “Determinazione e l’idem sentire”
Per comprendere l’intimità di quegli anni ruggenti, emerge la voce di chi condivise l’ufficio e le battaglie quotidiane. Maura Locatelli, segretaria personale di Umberto Bossi per quindici anni – quelli decisivi della Lega di lotta e di governo –, lo descrive con la tenerezza di un album di famiglia e la lucidità di chi sapeva di stare costruendo qualcosa di storico. “Un uomo buono”, lo definisce, capace di leggere le lettere in arrivo a via Bellerio e, in caso di richieste d’aiuto, di mettersi personalmente al telefono per consigliare o aiutare economicamente chi si trovava in difficoltà. Locatelli ricorda un leader che, pur nella sua laicità, credeva in valori forti come la famiglia e le radici cristiane, al punto da volere un asilo nido nella sede del partito già trent’anni fa con una motivazione semplice: se una donna viene a lavorare, quel servizio è necessario. Ma è nel racconto del rapporto quasi simbiotico con il territorio che si coglie il nocciolo duro della sua leadership. Bossi, spiega l’ex segretaria, aveva un’idea precisa: intercettare l’“idem sentire”, quella sensibilità diffusa del Nord locomotiva che si sentiva “sfruttato” da Roma. Era questo il motore di una determinazione ferrea, quella che lo portava a dichiarare, come ricorda Locatelli, che “pur di ottenere il federalismo poteva anche allearsi con il demonio”.
I cimeli e gli intellettuali della prima ora
A rievocare gli albori della Lega Lombarda, quando la politica si faceva strada con simbologie identitarie e un lessico pensato per sovvertire i paradigmi della Prima Repubblica, c’è anche chi quel movimento lo guardò da vicino, quasi come un osservatore colto. Era il 1984 e Sandro Mazzatorta, oggi direttore generale del Comune, era uno studente iscritto alla facoltà di Giurisprudenza alla Statale di Milano. Per l’epoca, in un movimento celodurista che profumava di sigaro toscano e si muoveva in canottiera, rappresentava una figura atipica, quasi quella di un intellettuale. Il suo ricordo si intreccia con quelli di una generazione di dirigenti che Bossi chiamava affettuosamente “i miei giovani”, tra i quali spiccava Giancarlo Giorgetti. Quest’ultimo, definito dalla stessa Locatelli come “il suo ragazzo”, una “testa incredibile fin da giovane” in cui Bossi credeva ciecamente, è stato tra i primi a raggiungere la villetta di Gemonio per un lungo colloquio con la famiglia, rimanendo all’interno per oltre tre ore prima dell’arrivo del segretario attuale, Matteo Salvini. Un gesto che, nel silenzio di questi giorni di cordoglio, sottolinea la continuità fisica e politica con chi quel movimento lo ha visto nascere e trasformarsi.




