L’addio al Senatùr, tra il silenzio di via Bellerio e le voci di chi lo ha servito per anni

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Il silenzio, a Milano come a Gemonio, è forse il tratto più eloquente di questo passaggio d’epoca. In via Bellerio, storica roccaforte dove per decenni si è stretto il pugno del Carroccio, la desolazione non è solo quella fisica delle porte chiuse, ma quella emotiva di un vuoto che sembra aver sospeso persino il rumore di fondo della politica. È un silenzio, quello che avvolge la sede, rotto soltanto dai messaggi lasciati dalla gente, da quelle dediche che, come piccole schegge di memoria, riempiono il vuoto lasciato dal fondatore. A Radio Libertà, invece, la voce dello speaker Sammy Varin si fa più lenta, quasi a voler cesellare ogni singola parola mentre snocciola i pensieri degli ascoltori; in sottofondo, a fare da contrappunto, risuonano le note del “Va’ pensiero”, subito dopo “Soffia forte il vento del Nord”, e poi ancora le registrazioni storiche dei comizi, quelle che restituiscono l’archivio sonoro di un movimento che fu, prima ancora che un partito, un sentimento popolare.

A Gemonio, sotto la villa gialla con gli stencil floreali, la scena si ripete uguale a quella di dieci o vent’anni fa, con l’unica, tragica differenza della presenza delle telecamere e dei fiori depositati al cancello. Appeso alle inferriate, un grande striscione verde su fondo bianco promette fedeltà eterna: “Saremo per sempre i tuoi Giovani padani”. Tra i primi ad arrivare per rendere omaggio alla famiglia, il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, considerato da molti il “delfino” varesino, e subito dopo il segretario federale Matteo Salvini, che ha annullato ogni impegno politico per dedicare la giornata al ricordo del suo “capo”. L’ultimo saluto, ha scelto la famiglia, non sarà nella sua Gemonio ma a Pontida, domenica alle quattordici, nell’abbazia di San Giacomo: un ritorno al luogo simbolo dei raduni, dove il Senatùr costruì la sua leggenda radunando il popolo del Nord.

Il dolore privato delle segretarie: “Non andrò ai funerali, troppe facce che non voglio rivedere”

Se la politica ufficiale osserva il silenzio elettorale, c’è un dolore più intimo e forse più autentico che emerge dalle parole di chi con Bossi ha condiviso non solo le battaglie politiche ma le giornate, le ore, le fatiche quotidiane. Maura Locatelli, che fu la sua segretaria per quindici anni – quelli ruggenti, quelli della Lega di lotta e di governo – oggi racconta di un uomo buono, sempre disponibile con tutti, che batteva a macchina i discorsi del Ribaltone e rifiutò i soldi offerti da Giulio Andreotti per ritirare il simbolo. La sua voce è sottile quando descrive l’umanità del leader: astemio, bevitore di Coca Cola, attento alle necessità dei più deboli tanto da volere un asilo nido in via Bellerio per le donne che lavoravano. “Era un uomo del popolo”, dice, “con un’eleganza interiore tutta sua. La sua era una forma di comunicazione spontanea, per annullare la distanza della politica dal cittadino”.

Diverso, e più cupo, è il tono di Daniela Cantamessa, la “vestale” di Bossi, colei che per anni ne ha custodito l’agenda e i segreti. Intervistata, lascia trapelare un dolore che non è solo quello della perdita, ma quello della memoria delle ferite passate. “Troppo dolore per quello che è successo, troppe persone che non voglio più vedere”, confessa spiegando la sua decisione di non partecipare ai funerali. Un rifiuto, il suo, che parla di quella stagione amara segnata dall’ictus del 2004 e dalle successive inchieste giudiziarie – come quella sui finanziamenti pubblici e sui presunti rimborsi illeciti – che segnarono il declino del Senatùr e lacerarono il tessuto interno del movimento. La sua assenza a Pontida diventa così un gesto emblematico: il ritiro di chi ha visto troppo da vicino il crollo di un’idea.

L’eredità contesa e il rimpianto per il “federalismo”

Anche tra i ranghi della Lega di oggi, ormai molto diversa da quella di via Bellerio, il ricordo si declina al passato prossimo. Matteo Salvini, che da quel ragazzo di diciassette anni folgorato dalla figura del fondatore è diventato il suo successore, lo saluta nel giorno della Festa del Papà con un post colmo di gratitudine: “Coraggio, genio, passione, fatica, amore, rivoluzione, radici, libertà”. Una liturgia che sottolinea la continuità, quella continuità che altri, come l’ex governatore Luca Zaia, interpretano come debito nazionale: “Non è il Nord che deve dire grazie a Umberto Bossi ma tutto il Paese”, afferma Zaia, sottolineando come la spinta autonomista abbia cambiato il paradigma della politica italiana.

Quel lascito, però, resta complesso. Maura Locatelli ricorda una frase che Bossi ripeteva ai suoi: “Pur di ottenere il federalismo, posso anche allearmi con il demonio”. Una determinazione feroce, quella del fondatore, che lo portò a rompere con Berlusconi nel ’94 – il famoso “Ribaltone” – e a ricostruire tutto da capo. E mentre a Gemonio il cordoglio si mescola alla nostalgia, il dibattito sulla sua eredità politica resta confinato alle pieghe del privato, lontano dai riflettori che lui stesso aveva contribuito a inventare. Il silenzio elettorale, in questo caso, fa da degna cornice per un addio che è personale prima ancora che politico.

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