Addio al Senatùr, l’uomo che inventò la Padania e divise l’Italia tra sacro e profano
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Redazione Interno
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Se n’è andato nella serata di giovedì all’ospedale di Varese, dove era stato ricoverato in condizioni critiche, Umberto Bossi, fondatore della Lega Nord e padre della secessione padana. Aveva ottantaquattro anni e una vita politica alle spalle che assomiglia più a un romanzo picaresco che a una carriera istituzionale, fatta com’era di svolte improvvise, di contraddizioni plateali e di un’intuizione formidabile: intercettare la rabbia del Nord e trasformarla, con l’ampolla dell’acqua del Po e il rito celtico di Pontida, in un movimento di massa. Il “Senatùr”, soprannome guadagnato con la prima elezione a Palazzo Madama nel lontano 1987, non era partito da lontano, o forse sì, se si considera che prima di folgorarsi sulla via dell’autonomismo aveva tentato la carriera di cantante con lo pseudonimo di Donato e aveva frequentato medicina, arrivando persino a fingersi laureato per rassicurare la prima moglie, Gigliola Guidali. Da lì, dall’incontro con l’aostano Bruno Salvadori che gli inoculò il virus del federalismo, cominciò una scalata che avrebbe scompaginato gli equilibri della Prima Repubblica, portando in parlamento un vernacolo fino ad allora confinato nelle osterie e una protervia anti-romana destinata a lasciare il segno.
La sua creatura, la Lega Nord, nacque nel 1989 dalla fusione di movimenti regionalisti come la Liga Veneta e la Lega Lombarda, e divenne in pochi anni l’ago della bilancia del sistema politico italiano. In quegli anni, Bossi forgiò anche il suo immaginario, fatto di invettive contro “Roma ladrona” e di una retorica brutale contro l’immigrazione, quella stessa retorica che lo portò a definire i meridionali con epiteti pesantissimi e a scontrarsi con le istituzioni, come quando gli costò una condanna per vilipendio ai danni del presidente Giorgio Napolitano. Eppure, fu proprio quella verve da "Attila della politica", come lo definì Gianfranco Fini, a garantirgli un seguito di militanti adoranti e un potere contrattuale enorme, soprattutto con Silvio Berlusconi. Con il Cavaliere il rapporto fu un alternarsi continuo di alleanze e rotture, di abbracci e tradimenti: entrò nel governo per la prima volta nel 2001 come ministro per le Riforme, salvo poi contribuire alla caduta dell’esecutivo o tornarci a seconda delle convenienze, in un gioco delle parti che ha segnato la seconda repubblica.
L’ictus, il tramonto e lo scandalo dei quarantanove milioni
Il 2004 rappresentò uno spartiacque nella parabola umana e politica del Senatùr. Un grave ictus lo colpì, minandone irrimediabilmente la salute e trasformando la sua figura, da quel momento in poi, in qualcosa di diverso: la voce era rimasta quella, ma il e la pronuncia portavano i segni di quella battaglia. Nonostante la malattia, tornò al governo con Berlusconi nel 2008, ma qualcosa si era incrinato per sempre, e non solo per ragioni fisiche. La fine dell’era bossiana, infatti, fu accelerata da uno scandalo finanziario di proporzioni colossali che mise a nudo le contraddizioni di un movimento nato per moralizzare la politica. Nel 2012, l’inchiesta sui rimborsi elettorali della Lega portò alla luce un presunto buco di quarantanove milioni di euro, soldi pubblici che sarebbero finiti, secondo le accuse, per coprire spese personali della famiglia Bossi, dal mutuo della casa alle cure dentistiche, fino alle celebri canottiere. Fu la goccia che fece tracimare il malcontento interno, costringendolo alle dimissioni da segretario dopo vent’anni di regno incontrastato e aprendo la strada all’ascesa di Matteo Salvini.
Tra i caporali che gli erano cresciuti attorno, molti avevano contribuito a costruire quel misto di farsa e tragedia che fu la Lega delle origini: personaggi come il cantante in dialetto Gipo Farassino, o il vulcanico Mario Borghezio con le sue uscite infelici, o ancora la croce vandeana di Irene Pivetti, fino al professor Gianfranco Miglio che sognava di spaccare l’Italia in tre tronconi. Tutti raccolti sotto l’ala di un capo carismatico che, però, non seppe gestire il passaggio generazionale e familiare. I suoi stessi figli, in particolare Renzo detto “la Trota”, finirono al centro di polemiche e inchieste per aver condotto uno stile di vita fatto di eccessi e sperperi, culminato con l’accusa di aver indebitamente beneficiato del reddito di cittadinanza. Una fine amara per chi aveva fatto della battaglia contro i fannulloni e i parassiti il proprio cavallo di battaglia, e che oggi lascia un’eredità politica complessa, rivendicata a più voci dal mondo politico, dalla premier Meloni al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che ne hanno voluto ricordare la passione e l’impronta indelebile sulla storia repubblicana.




