Addio al Senatur, l’uomo che inventò la Padania e cambiò il linguaggio della politica

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Si è spento all’ospedale di Circolo di Varese, all’età di 84 anni, Umberto Bossi. Il fondatore della Lega Nord, ricoverato da ieri in terapia intensiva, se n’è andato lasciando dietro di sé una scia lunga quarant’anni di politica italiana, quella che lui stesso contribuì a rivoluzionare nel lessico e nei costumi, più ancora che nelle dottrine. La sua scomparsa, avvenuta nella serata di giovedì, ha immediatamente mobilitato le reazioni del mondo politico, dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni, che ne ha ricordato la passione e l’apporto fondamentale alla nascita del centrodestra, al Capo dello Stato Sergio Mattarella, che lo ha definito un “leader appassionato e un democratico sincero”.

Nato a Cassano Magnago nel 1941, la sua biografia giovanile è un caleidoscopio di tentativi e svolte, quasi a prefigurare le molteplici identità che avrebbe indossato sulla scena pubblica. Prima di folgorarsi sulla via dell’autonomismo, come raccontano coloro che gli furono accanto agli esordi, Bossi fu chitarrista con il nome d’arte Donato, poi studente di medicina che non completò gli studi e, brevemente, militante a sinistra, nel Partito Comunista Italiano e nel gruppo del manifesto. Fu l’incontro con Bruno Salvadori, dell’Union Valdôtaine, a innescare la scintilla, quella visione di un nord oppresso da “Roma ladrona” che lo porterà, nel 1984, a fondare la Lega Autonomista Lombarda in uno studio notarile di Varese, circondato da un pugno di “carbonari” come li chiamavano allora: un architetto, una maestra, qualche commerciante. Da quell’atto notarile nacque un movimento che nel 1989, con la fusione in Lega Nord, avrebbe cambiato il volto della Seconda Repubblica.

La sua grandezza politica, se così si può definire, risiede nell’aver intuito la potenza del gesto e del simbolo in un’Italia ancora ingessata nelle cravatte della Prima Repubblica. La canottiera bianca sfoggiata nell’estate del 1994 a Villa Certosa, ospite di Silvio Berlusconi con cui aveva appena stretto un’alleanza destinata a mille rivolgimenti, divenne l’icona di una nuova stagione: il dito medio alzato, le corna, la pernacchia non erano solo volgarità gratuite, ma gli strumenti di una comunicazione politica diretta, tribale, che scavava un fossato tra il “popolo della Padania” e le élite romane. E lo fece costruendo un intero immaginario identitario, quello del “sacro suolo di Pontida”, dell’acqua del Dio Po raccolta in ampolle, dei celti e di Alberto da Giussano, per dare sostanza e mito a una nazione inesistente come la Padania, che pure per anni ha tenuto banco nel dibattito pubblico tra rivendicazioni secessioniste e spinte federaliste.

Il rapporto contraddittorio con Roma e gli alleati

La sua parabola è costellata di contraddizioni che lo rendevano, di volta in volta, un alleato prezioso o un nemico imprevedibile. Dopo aver urlato per anni “Mai coi fascisti”, entrò nel primo governo Berlusconi con Alleanza Nazionale, dimostrando un pragmatismo che spiazzava gli osservatori e talvolta i suoi stessi elettori. L’alleanza con il Cavaliere fu un continuo alternarsi di rotture e riappacificazioni: nel 1994, pochi mesi dopo la nascita dell’esecutivo, fu proprio lui a farne cadere il governo, salvo poi tornarvi stabilmente nel 2001 come ministro delle Riforme e, dopo l’ictus che lo colpì nel 2004 e ne compromise irrimediabilmente la salute, di nuovo nel 2008. La sua leadership rimase indiscussa anche quando le sue condizioni fisiche peggiorarono, tanto che solo nel 2012, travolto dagli scandali legati all’uso improprio dei fondi del partito, si dimise dalla segreteria, cedendo il passo prima a Roberto Maroni e poi a Matteo Salvini, che avrebbe trasformato la Lega in un partito nazionalista, lontano dalla sua originaria spinta secessionista.

Gli anni della malattia e il declino

L’ictus del 2004 rappresentò uno spartiacque nella sua esistenza pubblica e privata. Da quel momento, il leader capace di riempire piazze sperdute con la sua retorica notturna e visionaria, affascinando sostenitori pronti a sacrificargli ferie e matrimoni, divenne un’ombra di se stesso. Attorno a lui si strinse un “cerchio magico” che finì per isolarlo, mentre la sua presa sul partito si allentava inesorabilmente. Le ultime apparizioni, come quella in sedia a rotelle per il voto al Quirinale nel 2022, lo hanno mostrato fragile e lontano dall’uomo che nel 1997, in un comizio, si diceva pronto a pulirsi il sedere con il tricolore, guadagnandosi una condanna penale per oltraggio alla bandiera. Un destino che in molti hanno letto come la parabola discendente di un “vitellone” della politica, capace di incarnare le pulsioni più profonde e contraddittorie del paese, prima di essere fagocitato da quelle stesse forze che aveva contribuito a scatenare.

Description: Addio a Umberto Bossi, fondatore della Lega Nord. La carriera politica del Senatur, dalla nascita della Lega all’ictus, tra gesti simbolo e contraddizioni.

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