È morto Umberto Bossi, il Senatùr che fondò la Lega e cambiò il linguaggio della politica italiana
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Redazione Interno
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Si è spento giovedì 19 marzo 2026, all’età di 84 anni, Umberto Bossi, il fondatore della Lega Nord e padre della cosiddetta “rivoluzione” settentrionale che negli anni Novanta ha contribuito a riscrivere le regole e gli equilibri della Prima Repubblica. Il decesso, stando a quanto si è appreso da fonti vicine alla famiglia, è avvenuto intorno alle 20.30 presso l’ospedale di Circolo di Varese, nel reparto di terapia intensiva dove il Senatùr era stato ricoverato il giorno precedente, mercoledì 18 marzo. Le sue condizioni, apparse critiche sin dal ricovero seguito a forti dolori generalizzati, sarebbero precipitate nel corso della giornata, portando alla fine di un’esistenza vissuta all’insegna di una passione politica travolgente e di una salute cagionevole che, a partire dal grave ictus dell’11 marzo 2004, ne aveva segnato in modo profondo l’ultima fase pubblica e privata.
Le donne, i figli e il rifugio di Gemonio
Dietro la scorza dura del politico che tuonava contro “Roma ladrona” dal palco di Pontida, esisteva un uomo legato a doppio filo ai suoi affetti più stretti, quel nucleo familiare che negli anni ha rappresentato per lui un porto sicuro lontano dai clamori della politica. Al momento della scomparsa, accanto a Bossi c’era la seconda moglie, Manuela Marrone, figura riservata ma notoriamente influente, che il Senatùr aveva sposato nel gennaio del 1994 dopo una lunga relazione iniziata nei primi anni Ottanta. Nata a Catania nel 1953 e trapiantata a Milano, Manuela, insegnante elementare, incontrò Bossi in un periodo cruciale per la gestazione del movimento leghista e da allora non lo ha mai lasciato, diventandone una delle consigliere più ascoltate e contribuendo anche a iniziative come la fondazione della scuola “Bosina” a Varese.
Dal loro matrimonio sono nati tre figli: Renzo, classe 1988, soprannominato dal padre “Il Trota” e per un periodo consigliere regionale in Lombardia prima di essere coinvolto, come noto, in vicende giudiziarie legate ai rimborsi elettorali del partito; Roberto Libertà, nato nel 1990, che ha lavorato per un periodo nello staff del padre; e il più giovane, Eridano Sirio, nato nel 1995. A questi si aggiunge Riccardo, nato nel 1979 dalla prima moglie Gigliola Guidali, che Bossi aveva sposato nell’agosto del 1975 e da cui si separò nel 1982. La sua vita, quella di Riccardo, è stata purtroppo segnata da diversi problemi personali e giudiziari, tra cui una recente condanna per maltrattamenti ai danni della madre Gigliola. L’intera famiglia, con le sue luci e le sue inevitabili ombre, si è stretta idealmente nella casa di Gemonio, in provincia di Varese, quel “buen retiro” dove il Senatùr amava ritirarsi quando il peso delle battaglie parlamentari si faceva troppo gravoso.
Dalla canottiera ai ministeri: una vita politica ai confini della realtà
La carriera di Umberto Bossi, nato a Cassano Magnago nel 1941, è stata un susseguirsi di colpi di scena, alleanze improbabili e rotture repentine che hanno lasciato il segno nell’immaginario collettivo ben oltre i confini del settentrione. Prima di scoprirsi “guerriero” della Padania, aveva tentato la strada della musica come cantante con lo pseudonimo di Donato e si era iscritto a medicina, salvo poi non laurearsi mai, una leggerezza che all’inizio, si dice, rassicurò la prima moglie. La svolta arrivò grazie all’incontro con Bruno Salvadori dell’Union Valdôtaine, che lo iniziò alle idee autonomiste. Da lí, la scalata fu rapidissima: fondò la Lega Lombarda, poi nel 1989 la Lega Nord, e nel 1987 entrò in Parlamento guadagnandosi il soprannome di Senatùr.
Con la sua voce roca, le camicie verdi, il dito medio alzato contro i potenti e la capacità di cavalcare la rabbia del Nord contro lo Stato centralista, riuscì a trasformare un movimento di protesta in un partito ago della bilancia. E fu proprio in quella veste che diede vita al primo governo Berlusconi nel 1994, salvo poi ritirare la fiducia pochi mesi dopo nel cosiddetto ribaltone. Ministro per le Riforme nei successivi esecutivi del Cavaliere, negli anni Duemila, la sua azione politica è stata costantemente orientata all’ottenimento del federalismo, un obiettivo che non vide mai pienamente realizzato ma che lasciò in eredità al dibattito politico nazionale, influenzando persino l’attuale spinta verso l’autonomia differenziata.
Il declino fisico e l’eredità contesa
L’ictus dell’11 marzo 2004 rappresentò uno spartiacque netto nella parabola umana e politica di Umberto Bossi. Il ricovero e la lunga riabilitazione, che lo portarono ad affrontare conseguenze durature come l’emiparesi, ne limitarono inevitabilmente l’iniziativa e carisma, sebbene non lo allontanarono del tutto dalle scene. Rientrò al governo nel 2008, ma la scintilla sembrava ormai offuscata. Le dimissioni da segretario della Lega nel 2012, in piena bufera giudiziaria per l’uso improprio dei rimborsi elettorali del partito, segnarono la fine della sua egemonia e l’inizio di un lento ma inesorabile allontanamento dalla guida del movimento che aveva creato.
Negli ultimi anni, il rapporto con il suo successore Matteo Salvini si era fatto via via più freddo, fino alla netta opposizione alla svolta sovranista e nazionalista impressa dal nuovo corso. Bossi, che era tornato a fare il deputato nel 2022, non si riconosceva più in quella Lega, tanto da sostenere il Comitato del Nord e guardare con sospetto a un partito che ai suoi occhi era diventato centralista e aveva tradito le radici autonomiste padane. Con la sua morte, avvenuta nel giorno della Festa del papà, si chiude non solo una vita segnata da successi e contraddizioni, ma anche un pezzo di storia repubblicana che ha visto un uomo solo, partito dalla provincia, riuscire a dettare l’agenda politica a interi governi, lasciando una traccia che, nel bene e nel male, la politica italiana continuerà a lungo a interrogarsi su come elaborare.




