Umberto Bossi, quel primo raduno di Pontida e la Lega che non c’è più

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Redazione Interno Redazione Interno   -   C’era una volta un movimento che nasceva attorno a un tavolo imbandito, più che davanti a un palco. Massimo Piccinini, che oggi della Lega non fa più parte, lo ricorda bene: fu proprio a conclusione di una cena a Viadana, paese di origine di entrambi, che Umberto Bossi lo conquistò. Era il 1990, l’anno del suo primo raduno a Pontida, e tra i mille presenti – che a quei giovani rampanti sembravano milioni – si respirava un’aria fatta di spine e di entusiasmo, quella di un’enclave politica nel comprensorio dell’Oglio Po destinata a lasciare il segno.

Piccinini, già assessore comunale in quel periodo, incarna con il suo racconto lo spirito di un’esperienza forse unica nel suo genere, talmente forte da generare una catena di consensi destinati a cambiare il volto della Bassa lombarda. Fu lì, in quella fucina di militanti, che maturarono le condizioni per l’elezione di due dei primi sindaci leghisti della regione: Sergio Parazzi a Viadana e Gianni Fava a Pomponesco, entrambi nel 1993, a cui si aggiunse la presidenza della Provincia di Mantova con Davide Boni. Un fiorire di amministratori che, agli occhi di chi c’era, rappresentava la naturale conseguenza di un legame viscerale, quello con il “Senatur”, capace di trasformare il consenso in radici profonde.

Oggi, però, Piccinini vede nel partito guidato da Matteo Salvini qualcosa di profondamente diverso rispetto a quelle origini. E mentre la Lega si appresta a dare l’ultimo saluto al suo fondatore, il contrasto tra il passato e il presente emerge con evidenza persino nei dettagli organizzativi. La famiglia Bossi ha scelto per i funerali – che si terranno domani alle 12 – proprio il luogo simbolo per eccellenza, quel pratone di Pontida che per decenni ha fatto da sfondo ai raduni del Carroccio. Una scelta carica di significato, che tuttavia la famiglia ha voluto blindare: posti limitati, nessuna passerella, l’accesso riservato solo a pochi intimi. Tra questi, ieri, sono stati accolti in casa solo Giancarlo Giorgetti e Marco Reguzzoni, prima dell’arrivo del Capitano.

Il saluto tra i cancelli e il ricordo a Montecitorio

Saranno gli Alpini, questa mattina, a presidiare simbolicamente l’area per salutare Umberto Bossi, intonando il *Va’ pensiero* – vecchio inno della Lega che fu – al termine di una cerimonia che, per forza di cose, avrà risvolti politici. Il fatto stesso che la famiglia abbia imposto un rigido contingentamento per evitare strumentalizzazioni, mentre in parallelo si susseguono le indicazioni su chi sarà presente e in che modo, la dice lunga sulla delicatezza dell’evento. Non è sfuggito, a chi segue le dinamiche interne, che il richiamo al voto per il Sì nel recente passato sia stato evocato anche in nome di Umberto, a testimonianza di quanto la sua figura continui a essere rivendicata.

Mercoledì, inoltre, il ricordo si sposterà a Montecitorio, dove i gruppi politici daranno vita a una commemorazione ufficiale. Un passaggio istituzionale che si affiancherà al rito laico e identitario di Pontida, creando un doppio binario di memoria: da un lato l’omaggio formale delle istituzioni, dall’altro il tributo più intimo e politicamente connotato di chi quel movimento lo ha vissuto dall’interno. I funerali, con posti limitati e la volontà espressa dalla famiglia di evitare le “passerelle”, finiscono così per diventare essi stessi uno specchio delle contraddizioni interne al mondo leghista, diviso tra la nostalgia per le origini e le necessità del presente.

L’ombra del fondatore sulla Lega di oggi

Il racconto di Piccinini restituisce con efficacia la distanza incolmabile tra quel Bossi capace di conquistare un’intera generazione a suon di cene, dialettica aspra e senso di appartenenza territoriale, e la macchina organizzativa attuale. Per chi, come lui, era presente a quella prima Pontida del 1990 – quando mille persone sembravano un esercito – la trasformazione è radicale. Non si tratta solo di un cambio di leadership, ma di un’evoluzione strutturale che ha portato il partito a diventare qualcosa di molto diverso rispetto all’enclave dell’Oglio Po, un distretto politico che riuscì a esprimere amministratori capaci di radicarsi nei territori.

E proprio quel radicamento, fatto di relazioni personali e di un rapporto quasi familiare con il leader, sembra essere il tassello più difficile da ricostruire nell’attuale fase politica. L’addio a Bossi, insomma, riapre ferie mai del tutto rimarginate e riporta alla luce un modo di fare politica che oggi appare lontano, persino nella gestione del lutto: da una parte la volontà di controllare rigidamente l’evento per evitare passerelle, dall’altra la consapevolezza che Pontida resta un luogo non negoziabile per il saluto finale.

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