Umberto Bossi, l’ultimo raduno di Pontida tra devozione e dissenso
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Redazione Interno
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C’era un tempo in cui la domenica di Pontida segnava il passo di un movimento che, partendo dai crotti e dai pratoni della Bergamasca, provava a riscrivere le regole del patto fra i territori e lo Stato centrale. Ieri, in quella stessa abbazia di San Giacomo, quel rituale si è ripresentato con i tratti del funerale di popolo voluto dalla famiglia per l’addio a Umberto Bossi, il fondatore che per decenni ne è stato il demiurgo, colui che aveva modellato la Lega a propria immagine e somiglianza, prima della virata nazional-sovranista impressa dalla segreteria di Matteo Salvini. La folla, centinaia di militanti giunti in pullman dal Veneto e dal Friuli come per le vecchie adunate, ha trasformato il rito in un’assemblea a cielo aperto, dove il vecchio ringhio padano si è levato nel cielo bigio insieme ai cori che chiedevano “Padania libera” e scandivano il nome del Senatùr.
La geografia politica del Carroccio si è però rivelata nella doppia accoglienza riservata ai vertici odierni del partito e ai rappresentanti della cosiddetta “prima Repubblica” padana. Se Luca Zaia, oggi presidente del Consiglio regionale del Veneto, è stato accolto dalla folla con uno scroscio di applausi che ne hanno certificato il legame profondo con le radici del movimento, l’arrivo di Matteo Salvini ha innescato una dinamica opposta. Il segretario, giunto in completo scuro e camicia verde, ha varcato il sagrato dell’abbazia sotto una pioggia di fischi e contestazioni; alcuni militanti, riferibili all’area del “Patto Nord” e del Partito Popolare per il Nord fondato dall’ex ministro Roberto Castelli, hanno urlato “Vergogna” e “Molla la camicia verde”, mentre dall’altra parte della transenna si alzavano le bandiere storiche del Sole delle Alpi e di Alberto da Giussano per intonare il controcanto “Bossi, Bossi”. È stato, in buona sostanza, il segnale di una tribù antica che ha voluto separare il rito di fedeltà al fondatore dalla militanza nel partito attuale, percepito da molti come distante da quella vocazione autonomista e federalista che aveva caratterizzato le origini.
Se la piazza rispecchiava questa spaccatura, le istituzioni e i big della vecchia guardia hanno offerto il contraltare delle riflessioni più politiche. L’ex ministro Roberto Castelli, promotore del Partito Popolare del Nord, non ha usato mezzi termini nel definire “tradita” l’eredità di Bossi, sottolineando come il partito di oggi abbia mantenuto solo il nome trasformandosi in una macchina centralista. Anche Massimiliano Romeo, capogruppo al Senato della Lega, ha auspicato – pur restando dentro il perimetro del partito – che la “questione settentrionale” venga ripresa con più vigore, quasi a riconoscere che l’impalcatura ideologica lasciata da Bossi necessiti ancora di una battaglia che, per certi versi, sembra essere passata in secondo piano. Sul fronte opposto, il capogruppo alla Camera Roberto Molinari ha invece rivendicato la continuità, sostenendo che l’autonomia differenziata approvata in questa legislatura sia figlia proprio di quel pensiero federalista che il fondatore aveva seminato.




