Umberto Bossi, l’ultimo saluto di Pontida e la contestazione a Salvini: “Sei a un funerale, cafone”

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Il prato di Pontida, sotto il sole delle Alpi che sembrava voler restituire intatta la luce di un’altra epoca, si è trasformato ieri nel palcoscenico di un commiato che è stato anche, inevitabilmente, uno spartiacque. Le cornamuse hanno ripreso a intonare quella musica celtica che per decenni ha fatto da colonna sonora ai raduni del Carroccio, mentre i fumogeni verdi tingevano l’aria davanti all’abbazia di San Giacomo, lo stesso luogo dove il mito del giuramento contro il Barbarossa si intrecciava con la politica militante di un movimento. Il feretro di Umberto Bossi, il fondatore che più di ogni altro ha plasmato l’identità di quella che un tempo era la Lega Lombarda, si è fermato per qualche minuto sul sagrato, quasi a voler trattenere un’ultima volta quel contatto con la terra simbolica della secessione. Ed è stato proprio lì, tra i cori che rievocavano la “Padania libera” e “Roma ladrona”, che la frattura latente tra la nuova Lega di Matteo Salvini e i nostalgici del vecchio credo è venuta a galla con tutta la sua crudezza, in un intreccio di devozione e malcontento che ha attraversato l’intera mattinata.

Il corteo, le cornamuse e il fantasma del Senatur

Dall’abbazia di San Giacomo, la bara è stata portata in corteo fino al punto esatto dove un tempo si snodavano i cortei del “Popolo delle Alpi”, con i militanti che scandivano slogan che sembravano usciti da un repertorio congelato agli inizi degli anni Duemila. Quella stagione politica, interrotta bruscamente dall’ictus che colpì il Senatur nel 2004, è tornata a rivivere in ogni angolo del prato, mescolandosi al dolore sincero per la perdita di chi aveva saputo trasformare la protesta territoriale in una forza capace di condizionare gli equilibri nazionali. Tra i presenti, le più alte cariche istituzionali – dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni in giù – hanno assistito a un rito che mescolava la solennità del lutto con la ritualità di un movimento che, sotto la guida di Salvini, ha da tempo abbandonato le rivendicazioni indipendentiste per abbracciare le logiche del governo centrale. E proprio questa ambivalenza, il contrasto tra il ricordo dell’Umberto che agitava la scure e il nuovo corso del Capitano, ha fatto da contrappunto a ogni benedizione.

“Ridacci la Lega”: la tensione esplode tra i militanti

Non è stata solo una cerimonia funebre, insomma, ma un crocevia di tensioni che hanno trovato il loro epicentro nella figura dell’attuale segretario. Mentre il feretro sostava sul prato, il clima già carico di elettricità si è rotto definitivamente con le urla di un militante che, nel bel mezzo del rito, ha iniziato a scandire contro Salvini un ritornello pesante come un macigno: “Ridacci la Lega”. L’accusa, implicita ma chiara, era quella di aver tradito lo spirito delle origini, di aver svuotato il progetto fondativo di Bossi per piegarlo a logiche di potere considerate estranee. La reazione, però, è arrivata immediata e inaspettata da chi siede accanto al leader. Francesca Verdini, compagna del segretario, si è fatta spazio tra i presenti e, con il volto contratto e la voce tesa, ha investito il contestatore con una bordata di parole che hanno ristabilito un ordine diverso: “Sei a un funerale, cafone. Vai, maleducato. Vattene a casa, cafone”. Lo scontro, consumato in pochi secondi sotto gli occhi dei militanti e delle telecamere, ha fotografato in maniera impietosa lo stato di un movimento che si ritrova a fare i conti con il proprio passato mentre cerca di gestire il presente.

L’addio nel segno del “Va’ pensiero” e la politica che osserva

All’interno dell’abbazia, dove il suono delle cornamuse lasciava spazio al silenzio raccolto, l’atmosfera era quella dei grandi eventi che segnano il passaggio di consegne tra generazioni politiche. Sull’altare, l’omaggio a Bossi si è mescolato a suggestioni che esulano dal solo rito religioso, con il coro che ha intonato il “Va’ pensiero” di Verdi, divenuto nel tempo un inno laico di libertà. Presenti in prima fila la premier Meloni e gli esponenti del governo, a testimoniare come la figura del Senatur, al di là delle divisioni interne al Carroccio, sia ormai considerata una pietra miliare della storia repubblicana. Eppure, al di fuori delle mura sacre, la frattura restava aperta: i nostalgici del federalismo armato e della secessione cantavano ancora, i sostenitori del nuovo corso tentavano di mantenere la compostezza, mentre la tensione palpabile lasciava intendere come la morte del fondatore non abbia affatto ricomposto i conflitti, ma li abbia semmai riportati a galla con una chiarezza che la gestione ordinaria del partito aveva tentato di sopire.

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