Pontida, l’addio a Bossi tra la presenza del governo e la contestazione a Salvini
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Redazione Interno
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L’abbazia di San Giacomo, a Pontida, è tornata a essere il crocevia simbolico di quella galassia politica che un tempo ruotava attorno alla figura carismatica del Senatùr. È qui, tra ieri e oggi, che si sono celebrati i funerali di Umberto Bossi, il fondatore della Lega scomparso giovedì scorso all’età di 84 anni. A rendere omaggio alla salma, giunta in un clima di commozione trattenuta ma anche di evidente fibrillazione politica, c’erano i vertici dell’attuale esecutivo: la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, è arrivata accolta dagli applausi della folla, mentre a due passi dall’ingresso della chiesa ad attenderla insieme al vicepremier e segretario leghista, Matteo Salvini, c’era anche il ministro degli Esteri e segretario di Forza Italia, Antonio Tajani.
Se la presenza della premier e del suo vice ha sottolineato la continuità istituzionale e il rispetto dovuto a una figura che ha segnato la storia politica del Paese, il clima tra i militanti storici, quelli che ricordano il Bossi degli esordi, si è rivelato invece più teso. Basti pensare all’episodio che ha segnato l’arrivo di Salvini: mentre il leader del Carroccio si dirigeva verso la chiesa indossando una camicia verde sotto la giacca – un dettaglio, quest’ultimo, che per i critici rappresenta un allontanamento dalle origini –, alcuni esponenti del Partito popolare per il Nord, la formazione promossa dall’ex ministro Roberto Castelli, lo hanno accolto con insulti pesanti. “Molla la camicia verde, vergogna”, hanno urlato, rievocando un dissenso mai sopito verso la svolta nazionalista impressa al partito dopo l’era bossiana.
L’anima “operaia” e il mito delle origini autonomiste
Per comprendere le tensioni che hanno accompagnato questo estremo saluto, occorre forse riavvolgere il nastro fino agli albori della parabola politica del Senatùr. Quando il giovane Umberto Bossi, agli inizi degli anni Ottanta, si presentava davanti a un notaio di Varese per stipulare l’atto costitutivo della Lega autonomista lombarda, la sua retorica era lontana dalle polarizzazioni destra-sinistra che avrebbero dominato il decennio successivo. “La Lega non è né di destra né di sinistra”, ripeteva in quei primi comizi, cercando di scardinare le fedeltà tradizionali. Il movimento che intendeva costruire, e che il 12 aprile 1984 prese formalmente vita, puntava a raccogliere un consenso trasversale: non importava se si arrivava dalla Democrazia Cristiana o dal Partito Comunista Italiano, l’identità prevalente doveva essere quella territoriale, quella lombarda, con una forte connotazione “operaia” che gli permise di erodere fette consistenti dell’elettorato tradizionalmente di sinistra.
Fu proprio questa capacità di attrarre un pezzo di quella classe lavoratrice che al Nord guardava con sospetto allo statalismo romano a costituire la spina dorsale del movimento. I militanti che oggi affollano Pontida, quelli che hanno definito la presenza al funerale “un dovere” nei confronti di “un padre”, appartengono spesso a quella generazione. I loro ricordi, espressi con commozione tra le navate dell’abbazia, raccontano di un legame personale, quasi familiare, che trascende le attuali alleanze di governo per ancorarsi a una narrazione identitaria che oggi, agli occhi dei più intransigenti, risulterebbe tradita.
Il saluto dei militanti e l’ombra delle contestazioni
All’esterno della cerimonia, il contrasto tra il rispetto istituzionale e la protesta di piazza è emerso con chiarezza. Mentre i vertici del partito in carica, con Salvini in testa, prendevano posto per rendere omaggio alla salma, una frangia dei sostenitori storici – quelli che si riconoscono ancora nella Lega delle origini, quella “autonomista” e non “nazionalista” – ha manifestato il proprio dissenso. La scelta di indossare la camicia verde, per loro, rappresenterebbe l’emblema di una deriva politica che avrebbe svuotato il movimento originario del suo dna secessionista, per trasformarlo in un ingranaggio della destra nazionale.
Non si è trattato solo di un dettaglio estetico, insomma. La critica rivolta a Salvini, pur nella cornice solenne di un funerale, ha riacceso i riflettori su una frattura interna che il partito leghista si trascina ormai da anni. Da un lato, c’è chi – come i militanti del Partito popolare per il Nord – rivendica una continuità con la linea dura del federalismo e con la contestazione radicale verso Roma; dall’altro, chi ha portato il Carroccio a diventare perno del centrodestra governativo. E se la folla ha applaudito Meloni, segno di un’alleanza ormai consolidata agli occhi del pubblico moderato, per il segretario leghista l’atmosfera si è rivelata più complessa, costellata da quei cori che nessuna cerimonia ufficiale è riuscita a silenziare.
La memoria di un “padre” e il peso dell’eredità politica
Per gli attivisti più anziani, quelli che hanno calcato il prato di Pontida fin dalle prime adunate, la perdita di Umberto Bossi rappresenta la fine di un’epoca. “Era uno di noi”, hanno ripetuto in molti tra le lacrime, usando un registro che restituisce la natura quasi tribale del primo movimento. È quella dimensione umana, fatta di battaglie condivise e di una retorica diretta, che i militanti storici intendono preservare, guardando con sospetto a chi oggi siede ai vertici del partito. Nel loro immaginario, il Senatùr rimane il fondatore che riuscì a mettere insieme operai, commercianti e piccoli imprenditori sotto la bandiera della secessione, ben prima che la Lega cambiasse pelle e inseguisse le alleanze nazionali.
Il rito funebre a Pontida, dunque, ha assunto i contorni di un passaggio di consegne mancato, o almeno contestato. Mentre i rappresentanti del governo si alternavano per rendere omaggio, tra gli applausi di una parte della piazza, i contestatori rimproveravano a Salvini di aver tradito quella battaglia per il Nord che per Bossi era stata la ragione d’essere. L’eredità, in questo senso, appare quanto mai divisa: da un lato il riconoscimento ufficiale e solenne di uno statista, dall’altro il ricordo corale e dolente di chi non riconosce nel partito attuale l’erede di quelle lotte.




