Umberto Bossi, l’ultimo saluto a Pontida tra applausi per i governatori e la contestazione a Salvini

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Centinaia di bandiere con il sole delle Alpi e foulard verdi hanno colorato il sagrato dell’abbazia di San Giacomo, a Pontida, dove la domenica di primavera è diventata il palcoscenico dell’ultimo, commosso addio a Umberto Bossi. Il fondatore della Lega, scomparso all’età di 84 anni, è stato salutato da una folla che, seppur composta in gran parte da militanti storici, ha mostrato tutte le contraddizioni di un movimento che fatica a riconoscersi nella sua attuale declinazione politica. Il feretro, uscito dalla chiesa al termine della cerimonia funebre celebrata nel monastero, è stato portato davanti a quello che per decenni è stato definito il “popolo padano”, in un abbraccio che ha mescolato la commozione familiare – con la moglie e i figli accanto – a una ritualità identitaria fatta di cori e simboli risalenti agli albori del Carroccio.

La cerimonia e la geografia simbolica delle presenze

La scelta di Pontida, luogo del giuramento della Lega Lombarda contro Federico Barbarossa, non è stata affatto casuale, rappresentando anzi il ritorno alle radici mitologiche del movimento che Bossi aveva sapientemente coltivato. All’interno dell’abbazia, con una capienza limitata a circa quattrocento posti per espressa volontà della famiglia, hanno trovato spazio i vertici delle istituzioni e i vecchi compagni di strada. La presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, arrivata insieme al vicepremier Antonio Tajani, è stata accolta da un sonoro applauso e, in un gesto che ha evocato i fantasmi del passato leghista, dalla folla è partito persino il grido di “Secessione”. Un'accoglienza diametralmente opposta a quella riservata ad altri esponenti, come l’ex presidente del Consiglio Mario Monti, la cui presenza a sorpresa è stata accompagnata da una pioggia di insulti e dall’invito a “vergognarsi” mentre saliva la scalinata.

Le dinamiche di accoglienza hanno rivelato le gerarchie affettive ancora vive nel cuore dei militanti. I governatori Luca Zaia e Attilio Fontana hanno ricevuto un caloroso benvenuto, applauditi dalla folla che li considera gli interpreti più fedeli dell’eredità amministrativa e territoriale del Senatùr. Il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, apparso con la cravatta verde, ha rappresentato quella continuità istituzionale che non ha mai rinnegato le origini, muovendosi con disinvoltura tra le transenne e i vecchi compagni. A rendere l’atmosfera ancor più densa di significati identitari, fuori dall’abbazia gli Alpini hanno intonato il “Va’ pensiero”, il coro verdiano che per anni è stato l’inno non ufficiale della Padania, trasformando il rito religioso in una solenne celebrazione della memoria storica del movimento.

L’accoglienza gelida per Salvini e le voci del dissenso

Un capitolo a parte merita l’arrivo del segretario federale Matteo Salvini, la cui presenza ha rappresentato il momento di maggiore tensione politica della giornata. Accompagnato dalla compagna Francesca Verdini, Salvini indossava il completo scuro abbinato alla camicia verde – uniforme che ha suscitato la reazione più aspra dei presenti. Mentre si avvicinava alle transenne per stringere le mani dei militanti, dal gruppo dei fuoriusciti del “Patto Nord” è partito un coro inequivocabile: “Molla la camicia verde, vergogna”. Il vicepremier non ha perso la calma, proseguendo nei saluti mentre dall’altra parte della piazza alcuni sventolavano le bandiere con Alberto da Giussano e scandivano il nome di Bossi, quasi a voler riappropriarsi di quel simbolismo che ritengono oggi tradito.

A dare voce a questo malcontento è stato, in particolare, Roberto Castelli, ex ministro e fondatore del Partito popolare del Nord. Intervistato dai cronisti sul sagrato, Castelli non ha usato mezzi termini: ha parlato apertamente di “eredità tradita”, sostenendo che il partito oggi non è più la Lega di una volta e che la “politica centralista” dell’attuale dirigenza ha snaturato il progetto originario. Le sue parole hanno trovato eco nei cori che dalla piazza si levavano (“Roma ladrona, il Nord non perdona”), dimostrando come la frattura tra l’ala storica e quella che ha portato il movimento al governo nazionale resti profonda e aperta, nonostante la tregua imposta dal momento solenne.

Il pensiero di Cacciari e la parabola politica del federalismo

A contestualizzare la portata storica di quanto accaduto a Pontida, il pensiero del filosofo Massimo Cacciari – che fu sindaco di Venezia e profondo osservatore del fenomeno leghista – ha offerto una chiave di lettura lucida e priva di retorica. Intervistato nei giorni precedenti il funerale, Cacciari ha riconosciuto in Bossi una “indubbia novità politica”, capace di imporre all’attenzione nazionale un tema allora rimosso: la necessità di una riforma radicale delle istituzioni di fronte a un’Italia divisa e a un centralismo inefficiente. Tuttavia, secondo il filosofo, la genialità dell’intuizione iniziale – quella federalista – si perse rapidamente in una direzione sbagliata, quando il movimento virò verso derive localistiche, municipalistiche e infine secessionistiche, condite da mitologie che definì “indigeribili per la cultura contemporanea”.

La riflessione di Cacciari ha tracciato il solco che separa il progetto originario di autonomia (quello che oggi alcuni cercano di rivendicare) dalla stagione più tumultuosa delle “cerimonie con il dio Po”. Per il filosofo, la stagione politicamente rilevante di Bossi si esaurì con gli anni Novanta, quando, dopo aver avuto velleità di leadership nazionale, finì per diventare “ruota di scorta” del carro berlusconiano. Questo giudizio, severo ma analitico, ha contribuito a inquadrare la giornata di Pontida non solo come un funerale di popolo, ma come il capitolo conclusivo di una parabola politica complessa, i cui eredi oggi si contendono il significato autentico di quella storia.

La giornata tra memoria e attualità politica

Mentre all’interno dell’abbazia si svolgeva il rito funebre, seguito in diretta su un maxischermo dalle centinaia di persone rimaste fuori, la piazza è rimasta teatro di un confronto silenzioso ma eloquente tra diverse generazioni di militanti. La presenza delle massime cariche dello Stato – dal presidente del Senato Ignazio La Russa a quello della Camera Lorenzo Fontana, passando per i ministri – ha sancito ufficialmente il riconoscimento istituzionale di una figura, quella del Senatùr, che per decenni aveva fatto della contrapposizione a Roma il suo principale cavallo di battaglia. Le polemiche, come quella che ha coinvolto la ministra Daniela Santanchè (anch’essa contestata all’arrivo), hanno dimostrato come la memoria di Bossi continui a essere un campo minato per la maggioranza di governo, esposta al fuoco di chi ritiene che il progetto autonomista sia stato abbandonato.

In definitiva, l’addio a Pontida ha offerto l’immagine di un movimento che, nel salutare il suo fondatore, ha messo in scena le proprie fratture irrisolte. Da un lato il tentativo di rappresentare l’unità sotto la bandiera del federalismo e dell’autonomia differenziata, richiamato dai dirigenti attuali; dall’altro la nostalgia esplicita di una stagione più radicale e identitaria, espressa da chi non ha esitato a contestare l’erede designato. Con il feretro scomparso alla vista e il coro degli alpini a chiudere la cerimonia, Pontida si è confermata, ancora una volta, lo specchio delle contraddizioni e della vitalità di un popolo politico che si accinge a fare i conti con il proprio futuro dopo la scomparsa del suo patriarca.

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