Pontida blindata per l’ultimo saluto a Umberto Bossi, il “funerale di popolo” tra il «Va Pensiero» e il sole delle Alpi

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Interno Redazione Interno   -   Pontida si è svegliata blindata, come ai tempi delle grandi adunate, con i militanti che arrivavano a fiumi già dalle prime luci dell’alba. L’anziano militante che annoda agli alberi sacchetti per i rifiuti, l’impresa milanese che ha distribuito 375 metri di transenne per imbrigliare il flusso di una folla che non accennava a diminuire, i ragazzini delle squadre di calcio costretti ad anticipare la partita per lasciare libero il passaggio mentre scaricano i borsoni dal pulmino: tutto, stamattina, si è fermato. Il tutto si è svolto sotto lo sguardo solenne dell’Abbazia di San Giacomo, il luogo che ha fatto da sfondo al mito politico del Senatùr e che oggi lo accoglie per l’ultima volta. La definizione ufficiale, filtrata dagli organizzatori, è stata fin da subito quella di “funerale di popolo” -2 e la presenza massiccia lungo le vie d’accesso ha confermato la volontà di restituire alla piazza un rito che, per scelta della famiglia, ha voluto evitare i rigidi formalismi del cerimoniale di Stato.

Sono centinaia, poi migliaia, i militanti in marcia lungo la strada che porta al sagrato. Molti indossano il fazzoletto verde con il sole delle Alpi, simbolo di un’identità che Bossi aveva contribuito a forgiare nei decenni precedenti -10; altri, invece, portano sulle spalle la bandiera rossa con il leone giallo di San Marco, un richiamo alla storia della Lega Veneta che si mescola con i canti della tradizione. “Una vita senza libertà non è vita. Viva Bossi”: questa la scritta in verde su un grande striscione bianco che compare su un cavalcavia all’ingresso di Pontida (Bergamo), quasi a voler ribadire il credo politico di chi, per anni, aveva fatto della lotta contro il centralismo romano la propria ragione d’essere. L’atmosfera, nonostante il dolore, è quella di una grande festa di partito, ma senza i consueti comizi: la parola, oggi, spetta al silenzio e ai simboli.

All’uscita del feretro, a suggellare la cerimonia, è stato il «Va Pensiero» intonato da un coro di Alpini. Una scelta, questa, che rompe con la tradizione del cerimoniale funebre classico per abbracciare una dimensione laica e corale, profondamente radicata nel sentimento popolare del Nord. All’interno della chiesa, la cui capienza è limitata a quattrocento posti, gli unici posti riservati sono stati quelli per la famiglia e per poche alte cariche istituzionali. Per tutti gli altri, l’accesso è stato libero fino a esaurimento, con un maxi schermo posizionato all’esterno per consentire ai tanti rimasti fuori di seguire la celebrazione officiata dall’abate del monastero. Tra i primi a giungere per l’ultimo saluto, il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, a cui era stata affidata l’organizzazione pratica dell’evento insieme ad alcuni storici militanti, e il ministro per gli Affari regionali Roberto Calderoli.

Proprio Calderoli, rientrato a casa a Bergamo dopo essere stato a Gemonio per l’ultimo saluto in camera ardente, ha ripercorso con parole intime il legame che lo univa al fondatore della Lega. Era uno di famiglia, prima ancora che un leader politico, e a lui si era affiancato fin dalla fine degli anni Ottanta. Il ricordo è affiorato dal racconto dei primi incontri, come quello nella casa della sorella Lella, che aveva sposato Giacomo Bianchi, uno dei primi consiglieri provinciali della Lega a Varese. Dalle sfuriate per le scelte politiche ai momenti di condivisione più autentica, il ministro ha tratteggiato la figura di un uomo capace di regalare un sogno, sintetizzando in poche battute il senso di un’avventura politica iniziata in sordina e poi esplosa fino a cambiare gli equilibri nazionali.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.