Pontida, l’ultimo saluto al Senatùr tra folla, striscioni e la contestazione a Salvini per la camicia verde

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Interno Redazione Interno   -   Fin dalle prime ore del mattino, l’abbazia di San Giacomo a Pontida si è trasformata nel cuore pulsante di un addio collettivo, quello a Umberto Bossi, il fondatore della Lega scomparso lo scorso giovedì all’età di 84 anni. La famiglia, come era stato annunciato, ha voluto un funerale di popolo, e così è stato: circa quattrocento persone hanno trovato posto all’interno del monastero, mentre per tutti gli altri – giunti a migliaia dal Nord e non solo – è stato allestito un maxischermo sulla piazza antistante, perché nessuno restasse escluso da questo estremo, simbolico abbraccio.

Il luogo, d’altronde, non è mai stato scelto per caso. Pontida rappresenta il mito delle origini, il "sacro suolo" dove la Lega Lombarda ha per decenni radunato i suoi militanti rievocando il giuramento del 1167; e proprio qui, tra bandiere verdi della Padania, fazzoletti al collo con il sole delle Alpi e striscioni come quello apparso all’ingresso del paese – recitava "Una vita senza libertà non è vita. W Bossi" – il "popolo leghista" ha voluto restituire l’affetto al "Senatùr", quello che, nelle parole di molti presenti, "ce l’aveva con Roma ladrona, non con i meridionali". Si sono moltiplicati i ricordi tra i sostenitori, si sono accavallati gli aneddoti, e c’è chi, come Alessio, un giovane assessore veneto, ha raccontato di aver fatto la prima tessera a quindici anni proprio ispirandosi al carisma di Bossi, ascoltato in un vecchio discorso tenuto su questo stesso pratone.

A margine della cerimonia, a farsi portavoce del significato più profondo della giornata è stato Roberto Castelli, ex ministro e fondatore del Partito Popolare del Nord, che ha definito il lascito del leader scomparso come un’eredità culturale e politica destinata a non morire. "Qui a Pontida i ricordi si accavallano", ha detto Castelli, sottolineando come la figura di Bossi rappresenti ancora oggi un punto di riferimento imprescindibile per chi crede nell’autogoverno e nell’identità del Nord. Non sono mancate, nelle sue parole e in quelle di altri militanti storici, una sottolineatura quasi nostalgica della distanza tra quella che fu la Lega delle origini, federalista e indipendentista, e l’assetto attuale del partito, percepito da alcuni come troppo centralista.

L’arrivo delle massime cariche dello Stato ha scandito il tempo della mattinata: la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, il presidente del Senato Ignazio La Russa e il ministro Giancarlo Giorgetti hanno raggiunto il sagrato dell’abbazia, dove ad accoglierli c’erano i vertici del partito e una folla composta ma partecipe. Un’accoglienza diametralmente opposta, invece, è stata riservata a Matteo Salvini. Il vicepremier e attuale segretario della Lega si è presentato ai funerali indossando una camicia verde, un dettaglio che non è sfuggito a un gruppo di militanti presenti tra la folla. Mentre saliva i gradini dell’abbazia, si sono levati cori di contestazione: "Molla la camicia verde, vergogna", hanno scandito alcuni, ai quali si è alternato il controcanto "Bossi, Bossi", quasi a marcare la distanza tra chi rivendicava l’ortodossia delle origini e chi rappresenta l’attuale dirigenza del Carroccio

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.