Umberto Bossi, l’ultimo saluto a Pontida e il bunker di Gemonio: “C’è dentro il Diego”

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Interno Redazione Interno   -   GEMONIO (VARESE) – È rimasto solo lui, della vecchia guardia. Diego il bergamasco fedele e sgobbone della valle Seriana, così come era il Giambattista. Leghisti della prima ora. Guardie del Corpo, autisti, assistenti, quasi infermieri. Nella villetta di Gemonio, quella in cui il Senatùr si era ritirato dopo aver abbandonato la scena politica, il mondo fuori è stato ridotto al minimo, quasi a voler tracciare un perimetro sacro attorno al dolore della famiglia. Le tapparelle abbassate e gli ingressi contingentati non sono solo l’espressione di un lutto privato, ma raccontano anche la nemesi che si compie: un messaggio chiarissimo lanciato da chi, tra quei muri, ha visto troppi allontanamenti e, forse, troppi tradimenti consumarsi negli ultimi anni. “In troppi l’hanno tradito”, è il pensiero che aleggia tra i pochi ammessi, mentre la salma del fondatore della Lega attende di compiere l’ultimo viaggio verso il sacrario di Pontida.

La solitudine del fondatore e l’assedio degli affetti veri

Nella casa di famiglia, quella che per anni è stata il quartier generale politico prima di trasformarsi in un rifugio silenzioso, il cordoglio ha assunto i contorni di un rituale quasi iniziatico. Non ci sono state camere ardenti né processioni solenni, almeno non qui. A varcare la soglia sono stati soltanto i familiari – la moglie Manuela, i figli – e una ristretta cerchia di fedelissimi, quelli che non hanno mai mollato la presa nemmeno quando la politica aveva voltato pagina. Tra questi, spicca la presenza silenziosa di chi per decenni ha rappresentato il braccio armato e logistico del movimento: gli uomini delle origini, quelli della valle Seriana, bergamaschi testardi e leghisti della prima ora, che di Bossi non erano solo collaboratori ma quasi estensione della sua volontà. “C’è dentro il Diego”, bisbigliano fuori dal cancello, un modo per dire che il nucleo duro, quello autentico, si è ricompattato. La scelta di blindare la casa in questo modo, rifiutando le esequie di Stato pur avendone la possibilità, è apparsa subito come un atto di precisa volontà politica: restituire il rito alla dimensione del popolo, ma gestendo il passaggio con la rigidità di chi non vuole confondere il dolore con la spettacolarizzazione.

Pontida, il sacro suolo per un funerale di popolo

Se Gemonio rappresenta la fortezza privata, l’abbazia di San Giacomo a Pontida sarà il teatro pubblico dell’addio. Domenica a mezzogiorno, quel luogo che dal 1990 è diventato il simbolo dell’epopea leghista – il “sacro suolo” dove si radunavano le truppe in camicia verde – ospiterà l’ultimo saluto. È stata la famiglia a volerlo, con l’intenzione dichiarata di condividere il passaggio con “il popolo della Padania e la grande famiglia della Lega”. Una scelta che carica la cerimonia di un peso simbolico immenso, perché lì, in quelle valli bergamasche, Bossi costruì il mito del Vento del Nord, lì sventolarono per la prima volta le bandiere del Sole delle Alpi e il Leone di San Marco. L’assenza di una camera ardente pubblica a Gemonio fa sì che Pontida diventi, di fatto, il luogo del congedo collettivo. Tra i banchi del monastero siederanno le più alte cariche dello Stato, dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni al presidente del Senato Ignazio La Russa, passando per il vicepremier Antonio Tajani. Ma anche – e soprattutto – ci sarà Matteo Salvini, che ha cancellato tutti gli impegni per rientrare a Milano, e quel che rimane del “popolo leghista” storico, quello che nei momenti di massima tensione politica riempiva i prati ai piedi del monastero.

Il salotto di Casini e l’eco di un’alleanza lontana

Mentre la macchina organizzativa dei funerali si mette in moto, emergono dal dibattito pubblico i ritratti più intimi di chi quel periodo lo ha vissuto da protagonista sull’altra sponda politica. Pier Ferdinando Casini, leader di quel centro che per anni fu l’interlocutore scomodo e necessario del Carroccio, ha restituito un’immagine quasi affettuosa del Senatùr. Per Casini, Bossi era un “barbaro astuto”, capace di autoironia nonostante la fama di irriducibile, ma anche un uomo profondamente antifascista e lontano da qualsiasi deriva razzista che altri hanno voluto attribuirgli. “Ci siamo voluti bene”, ha confessato l’ex presidente della Camera, ricordando come il loro rapporto fosse fatto di stima reciproca nonostante le divergenze di fondo. Un ricordo che riporta alla mente gli anni ruggenti del Polo delle libertà, quando l’alleanza tra Forza Italia, Lega e centristi sembrava in grado di spazzare via la Prima Repubblica. Casini ammette di essere stato per Bossi “una carogna di sacrestia”, un ex democristiano che rappresentava proprio quella cultura politica che il fondatore del Carroccio aveva giurato di combattere. Eppure, tra i due era nato un rispetto che oggi, nel giorno del lutto, viene alla luce con una sincerità che non ha bisogno di orpelli.

Il dolore degli amici storici e il peso della memoria

Fuori dal bunker di Gemonio, intanto, sfilano i sostenitori e pochi politici. Molti di quelli che negli ultimi anni hanno preso le distanze, ora si riavvicinano. “Ora lo piange anche chi lo ha tradito”, osservano gli amici di sempre, con una punta di amarezza che affiora tra le lacrime. Tra questi, uno dei cofondatori della Lega, Giuseppe Leoni, ha riferito di un ultimo colloquio avuto con Bossi in cui il Senatùr gli avrebbe detto: “Lavora per unire i movimenti federalisti”. Un testamento spirituale che riporta l’attenzione sulle battaglie storiche – il federalismo, l’autonomia, la critica al centralismo romano – che hanno segnato la parabola politica del leader scomparso. Sulla casa di Gemonio, come un sigillo, campeggia uno striscione che recita “Saremo per sempre i tuoi giovani padani”, mentre sul cavalcavia di viale Europa a Varese un altro grande telo ricorda con semplicità: “Grazie capo, Padania libera”. Sono i segni di un cordoglio spontaneo, quello che nasce tra la gente della Bassa e del Varesotto, quella che Bossi aveva intercettato quando ancora era solo un “quattro gatti randagi” in Parlamento. Ed è lì, tra la polvere dei cortei e i discorsi infuocati di Pontida, che il Senatùr lascia la sua eredità più autentica, quella che i suoi fedelissimi promettono di custodire.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.