Umberto Bossi, l’ultima Pontida tra cori secessionisti e la lezione di Giorgetti che prova a spegnere il fuoco sul tricolore
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Redazione Interno
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Centinaia di militanti, molti dei quali arrivati dal Veneto e dal Friuli con pullman organizzati come ai tempi d’oro del raduno, hanno invaso il sagrato del monastero di San Giacomo per dare l’ultimo saluto a Umberto Bossi, il fondatore della Lega Nord scomparso a 84 anni. Era il giorno dell’addio, ma anche quello di una sorta di restituzione simbolica: l’uomo che modellò il movimento a sua immagine e somiglianza – prima della virata nazional-sovranista impressa da Matteo Salvini – ha visto il suo popolo riunirsi nel luogo che più di ogni altro rappresenta il mito delle origini. Luca Zaia, accolto da uno scroscio di applausi, ha sintetizzato il sentimento collettivo ricordando come il leader se ne sia andato fisicamente, ma non con lui le sue intuizioni e la sua opera politica. L’atmosfera, in quella mattinata di fine marzo, oscillava tra la nostalgia per un mondo perduto e la rivendicazione di un’eredità che molti ritengono ancora aperta, come dimostravano gli striscioni esposti davanti al sagrato: “Hai osato dove nessuno osava. Il tuo sogno vive”.
La piazza che non dimentica: cori, contestazioni e il gesto di Giorgetti
A rendere la cerimonia un evento politico a tutti gli effetti è stata la presenza, accanto al feretro coperto dal Sole delle Alpi, delle più alte cariche dello Stato. Se la premier Giorgia Meloni è stata accolta con applausi e canti, per Matteo Salvini il clima si è fatto improvvisamente rovente. Comparso con la tradizionale camicia verde, il segretario federale è stato bersaglio di urla da parte di alcuni militanti del Partito Popolare del Nord, gruppi di duri e puri che gli hanno gridato “vergogna” e “molla la camicia verde”, accusandolo di aver tradito lo spirito originario del movimento. C’è stato persino chi, vedendolo baciare la vedova Manuela Marrone, ha urlato “traditore” e “bacio di Giuda”.
La tensione, palpabile in piazza, ha trovato il suo apice quando un gruppo di militanti ha intonato il coro “Abbiamo un sogno nel cuore, bruciare il tricolore” – una frase che riecheggia gli anni più duri della lotta autonomista – costringendo il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti a intervenire. Amico fraterno di Bossi da quarant’anni, Giorgetti si è avvicinato al microfono per dire un semplice “per favore”, alzando la mano nel tentativo di placare gli animi e ricondurre la celebrazione entro binari di compostezza. Un gesto che ha evidenziato, meglio di molte analisi, la frattura sotterranea tra l’istituzionalizzazione della Lega di governo e il cuore pulsante di chi, ancora oggi, rivendica la secessione.
L’eredità contesa e il laboratorio politico del Nord
Se l’Italia è stata definita un laboratorio politico dove si innovano linguaggi e pratiche, la Lega Nord di Bossi ne rappresenta forse l’esperimento più duraturo. La rivoluzione portata dal Senatur – fatta di comizi urlati, camicie sbottonate e un lessico che sdoganò la volgarità in parlamento – è diventata talmente pervasiva da far apparire normale ciò che all’epoca fu dirompente. Ma quel mondo è stato messo fuori gioco non solo da un ictus nel 2004, che ne compromise la capacità oratoria, ma anche da una serie di scandali – il traffico di diamanti con la Tanzania, la laurea albanese del figlio Renzo (soprannominato “il Trota”), le villette a schiera in Romania e il crac di Credieuronord – che ne offuscarono il mito. Nonostante ciò, a Pontida non si parlava di quelle vicende giudiziarie, ma di un padre fondatore: i militanti lo hanno salutato con cori da “Padania libera”, bandiere al vento e lacrime che testimoniano un legame che ha superato le scorie degli scandali.
Dal pratone di Pontida all’aula di Montecitorio: il calendario istituzionale
Conclusi i riti funebri nella bergamasca, il feretro è stato portato in processione lungo il pratone – quello stesso pratone dove per decenni si sono tenuti i giuramenti – mentre il suono struggente di una cornamusa accompagnava il distacco definitivo. Un corteo di militanti ha scortato il carro funebre tra striscioni che inneggiavano al sogno padano, mentre i grandi vecchi del partito, da Mario Borghezio a Roberto Castelli, riassaporavano il gusto di una rivincita morale. La vicenda, tuttavia, non si chiude qui: a stretto giro, l’agenda politica si sposta a Roma. Tra poche ore, infatti, l’aula della Camera ospiterà sia la commemorazione ufficiale di Umberto Bossi sia l’approdo in aula della legge che conferisce maggiori poteri a Roma Capitale. Una coincidenza temporale che, nel suo svolgersi, riconsegna alla politica nazionale il senso di un’eredità complessa, fatta di autonomismo e di centralismo, di ribellione e di istituzione.




