Umberto Bossi, l’ultimo saluto in famiglia e il giorno del funerale a Pontida

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Il portoncino di villa Bossi, a Gemonio, si è aperto solo quattro volte nell’arco della giornata. Un rituale misurato, quasi a voler trattenere il tempo, che ha scandito gli ingressi di pochi, selezionati visitatori: al mattino presto Marco Reguzzoni, poi Giancarlo Giorgetti; nel primo pomeriggio Attilio Fontana; infine, verso le diciotto, Matteo Salvini. La famiglia, raccolta attorno alla moglie Manuela e ai figli Roberto, Renzo ed Eridanio, ha concesso l’accesso esclusivamente a loro, a queste figure politiche che con il fondatore della Lega Nord avevano condiviso non solo una militanza ma un pezzo di storia personale, riservando così l’estremo omaggio a una cerchia ristretta prima di aprire il lutto alla dimensione pubblica.

La scelta di Pontida e il significato di un’eredità contesa

È stata la stessa famiglia, insieme al ministro dell’Economia Giorgetti e all’ex capogruppo alla Camera Reguzzoni, a decidere per i funerali in forma pubblica, individuando Pontida come luogo simbolo. La scelta non è affatto banale, se si considera che è proprio quell’abbazia, da sempre epicentro delle adunate del Carroccio, a rappresentare l’immagine più potente e liturgica del movimento leghista. Lì, tra quelle pietre e quei prati che hanno ascoltato comizi infuocati e inni padani, si celebrerà il rito laico e civile che restituirà Bossi – il fondatore, il leader carismatico capace di trasformare una rivendicazione regionalista in una forza politica nazionale – ai suoi militanti. Sullo sfondo di queste ore di raccoglimento familiare, la macchina organizzativa si muove per gestire un afflusso che, seppur non paragonabile agli anni d’oro del movimento, promette di essere so, testimoniando un legame che il tempo non ha del tutto scalfito.

Un addio tra memoria pubblica e cronaca giudiziaria silente

Mentre Gemonio viveva queste ore sospese, in altre piazze italiane la politica procedeva su binari paralleli, quasi indifferenti al passaggio di testimone generazionale che si sta consumando. A Milano, nel centro, il centrodestra ha tentato di infiammare la chiusura della campagna per il referendum sulla giustizia, con toni che oscillavano tra la pedagogia istituzionale e la propaganda da comizio. «Chi giudica e chi accusa devono essere separati», si è detto dal palco di piazza San Carlo, in un appello alla “dignità della giustizia” che però non è riuscito a decollare in termini di partecipazione popolare: la piazza è rimasta spoglia, con presenze esigue che non sono cresciute neppure a iniziativa inoltrata, a dimostrazione di quanto il tema referendario fatichi a mobilitare gli umori e le passioni che un tempo appartenevano al racconto identitario della Lega.

Il ritratto di un leader e le pieghe di una narrazione politica

La scomparsa di Bossi riporta alla luce un’immagine precisa, quasi archetipica, di come il carisma si costruisse in quegli anni. L’aria frizzante, i militanti in delirio, lui con quel cardigan dai toni tra il grigio, il panna e il bordeaux – sopra una camicia verde, certo – mentre raccoglieva le gocce del dio Po sul Monviso. Era il 13 settembre 1996: quell’ampolla portata in spalla lungo la pianura padana, tra un comizio sul fiume e una pizza a notte fonda, rappresentava un rito che mescolava folclore e paganesimo ma che, al contempo, si imponeva come atto politico di altissima definizione. In quelle gestualità semplici e al tempo stesso magniloquenti, c’era la cifra di un uomo che ha saputo parlare a un Nord immaginato e reale, tracciando un solco destinato a influenzare la politica nazionale ben oltre la sua stessa parabola discendente. Ora, con la sua assenza, quelle stesse tappe – Gemonio prima e Pontida poi – diventano lo scenario di un’ultima, silenziosa, adunata.

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