Il dilemma di Putin: escalation o trattativa? L'intelligence ucraina e il fantasma di un attacco Nato sul Baltico
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Redazione Esteri
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La guerra in Ucraina, giunta ormai al suo quinto anno, non è più un'eco lontana per i cittadini russi, ma si è materializzata con prepotenza nella loro quotidianità, trasformando la vita in un susseguirsi di difficoltà e privazioni.
La cronica penuria di carburante, i continui blackout che si susseguono senza sosta, la progressiva sparizione di molti prodotti dagli scaffali dei supermercati e l'impennata dei prezzi, a partire da quello della mitica kartoshka, la patata, aumentato del 4,5% in un solo mese, stanno mettendo a dura prova la pazienza di una popolazione già provata da anni di sacrifici e incertezze.
Un malcontento diffuso che si traduce in una crescente frustrazione e ansia, sentimenti che i russi riversano, secondo fonti vicine al Cremlino, direttamente contro il potere centrale, mentre la macchina bellica del paese sembra incespicare di fronte a una resistenza ucraina che ha saputo trovare il punto debole del gigante russo: le sue stesse infrastrutture.
L'attacco ai nervi scoperti della Russia: la crisi energetica
L'offensiva ucraina, condotta con una massiccia campagna di droni a lungo raggio, ha colpito in profondità il cuore pulsante dell'economia e della logistica militare russa, mettendo in ginocchio il settore energetico, storicamente considerato la spina dorsale del paese. Dall'inizio del 2026, almeno otto delle dieci principali raffinerie russe sono state colpite, subendo danni senza precedenti che hanno ridotto drasticamente la produzione di benzina e diesel.
La raffineria di Kapotnya, che riforniva Mosca per oltre un terzo del suo fabbisogno, è fuori uso fino a fine anno, così come gli impianti di Ryazan e Nižnij Novgorod, mentre la più grande del paese, quella di Omsk, è stata raggiunta a migliaia di chilometri di distanza.
Le code ai distributori di carburante sono diventate uno spettacolo quotidiano da Mosca alla Siberia, con il razionamento e il limite di 30 litri a persona, mentre il governo di Putin, per far fronte all'emergenza, è stato costretto a dirottare le scorte dalle regioni periferiche, a vietare l'export di gasolio e persino a importare benzina dall'India, un paradosso che evidenzia la gravità della situazione.
La paralisi del settore agricolo, che rischia di compromettere la stagione dei raccolti, e la sospensione della navigazione nel Mar d'Azov sono solo alcune delle conseguenze più tangibili di una crisi che sta mettendo in seria difficoltà il Cremlino, costretto a fare i conti con una realtà che gli sfugge di mano.
Il doppio binario di Putin: l'ipotesi escalation e le accuse all'Europa
Di fronte a questa pressione crescente e a un conflitto che non accenna a risolversi, Vladimir Putin sembra trovarsi di fronte a un bivio, tra la via della trattativa e quella, più pericolosa, di un'escalation che potrebbe allargare il teatro di guerra. Un'inchiesta di Reuters, basata su tre fonti vicine al Cremlino, ha rivelato che il presidente russo, lungi dal voler negoziare la pace, sarebbe invece intenzionato a intensificare il conflitto nei prossimi mesi.
Fonti che lo incontrano regolarmente parlano di un'alta probabilità di escalation, con Putin determinato a conquistare l'intero Donbass come "questione di principio" e a creare una "zona di sicurezza" al confine con l'Ucraina. In questo contesto di crescente tensione, l'11 luglio l'allarme si è fatto ancora più concreto quando, secondo l'intelligence ucraina, sempre citata da Reuters, Mosca starebbe valutando anche l'ipotesi di un attacco limitato contro il territorio di un Paese Nato, e in particolare contro una base nei Paesi baltici.
Una mossa che sarebbe volta a testare la reazione dell'Alleanza atlantica, colpendo un obiettivo politico e simbolico, come le basi aeree di Šiauliai in Lituania o Ämari in Estonia, cardine del Baltic Air Policing, senza però cercare uno scontro diretto e aperto. A gettare ulteriore benzina sul fuoco è la retorica del ministro degli Esteri russo, Serghei Lavrov, che ha accusato l'Europa di tentare di minare gli accordi raggiunti tra Russia e Stati Uniti per risolvere la crisi ucraina.
Parlando in conferenza stampa con il suo omologo del Ciad, Lavrov ha ribadito la posizione di Mosca, affermando che i paesi europei stanno mettendo in atto "manovre" per sabotare gli accordi esistenti e che, se questi non verranno rispettati, la Russia saprà come raggiungere i suoi obiettivi, come delineato da Putin nel suo discorso del giugno 2024.
La risposta dell'Occidente e la missione umanitaria del Vaticano
Mentre il Cremlino valuta le sue prossime mosse, l'Occidente risponde con un duplice binario di azione: da un lato, il rafforzamento del sostegno militare a Kiev e, dall'altro, il mantenimento di canali umanitari e diplomatici per cercare di alleviare le sofferenze della popolazione. In questo quadro, la Nato ha dato un segnale di grande compattezza approvando un pacchetto di aiuti militari per l'Ucraina da 140 miliardi di euro da distribuire nel biennio 2026-2027, un impegno finanziario che punta a garantire la continuità del sostegno occidentale.
La decisione, presa in vista del vertice di Ankara, vede l'Europa e il Canada farsi carico di questa cifra, mentre gli Stati Uniti, sotto la presidenza Trump, hanno deciso di interrompere il loro contributo diretto. Sul fronte diplomatico, si inserisce la missione del cardinale Matteo Zuppi, inviato speciale del Papa per l'Ucraina, che ha compiuto una visita simbolica e di grande rilevanza umanitaria in un campo di detenzione a Leopoli, dove sono reclusi prigionieri di guerra russi.
Nel corso della sua visita, il cardinale ha incontrato i detenuti, portando loro un messaggio di vicinanza e speranza da parte di Papa Leone XIV, donando loro oggetti simbolici come un portachiavi, "sperando che presto ci possano mettere la chiave di casa", e un'immagine del Papa.
L'ambasciatore ucraino presso la Santa Sede, Andrii Yurash, ha sottolineato come la visita dimostri l'adesione dell'Ucraina agli standard internazionali nel trattamento dei prigionieri e la sua apertura al dialogo, mentre per il Vaticano questa missione si inserisce nel più ampio "meccanismo umanitario" volto al rimpatrio dei minori deportati e allo scambio di prigionieri.




