Vanity fair svela i migliori look del terzo red carpet a Cannes: tra audacia e geometrie preziose
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Redazione Cultura e Spettacolo
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La Croisette, si sa, non perdona mai chi osa troppo poco. Eppure, nel terzo atto del Festival di Cannes 2026, a emergere dalla consueta teoria di abiti lunghi e pose studiare non è stata la prudenza, bensì una certa idea di coraggio misurato – quella che gli esperti di moda di Vanity Fair, capitanati dal francese Pierre Groppo, hanno subito riconosciuto come il vero discrimine tra la partecipazione e l’indimenticabile. Tra le scalinate ancora calde di flash e riflettori, un nome è risuonato con decisione nei briefing della giuria della moda: quello di Virginie Efira. L’attrice, presente per la première di Histoire Parallèles (il nuovo, atteso film di Asghar Farhadi), ha infatti imposto all’attenzione generale un abito corto, scelta considerata quasi temeraria su quel tappeto rosso solitamente dominato da strascichi monumentali. Eppure, a ben guardare, proprio quella che molti avrebbero etichettato come una scommessa ad alto rischio si è rivelata una lezione di stile: l’abito in pizzo metallico firmato Anthony Vaccarello per Saint Laurent, accessoriato con gioielli Cartier, giocava sui contrasti con una sottigliezza quasi disarmante. Sexy senza la minima volgarità, sofisticato senza quell’aria di superiorità che spesso accompagna le mise da gran serata, il capo riusciva nell’impresa rara di rendere l’audacia naturale, quasi scontata. Non un urlo, ma un’affermazione. E proprio questa leggerezza consapevole ha convinto la giuria a eleggere il look della Efira come il preferito della serata.
L’horror queer e il calcio invadono i primi bilanci della kermesse
Se il red carpet racconta una certa idea di forma, le sale proiettano tutt’altre sostanze. I primi bilanci sui film in concorso – resi noti proprio durante questi giorni frenetici – restituiscono l’immagine di un festival che non teme i cortocircuiti di genere. Da un lato c’è il delirio visionario di *Teenage Sex and Death at Camp Miasma*, pellicola horror dal marcato sottotesto queer che ha già diviso la critica tra chi ne esalta l’energia graffiante e chi storce il naso di fronte a certe esplicitezze oniriche. Dall’altro, con altrettanta forza, spunta l’emozione corale di *The Match*, film capace di trasformare il calcio – e in particolare la memoria di un mondiale mai dimenticato – in un dispositivo narrativo potentissimo, capace di scavare sotto la pelle dello spettatore medio. Non c’è, in questi primi titoli, alcuna voglia di compiacere il pubblico facile: anzi, la sensazione che filtra dalla Croisette è quella di un’edizione che punta a scombinare le carte, mescolando incubi adolescenziali e miti popolari con una disinvoltura che pochi anni fa sarebbe parsa irricevibile. L’horror, il queer, il pallone che rotola su un prato erboso diventano così altrettante anime di un festival che, per ora, sembra voler raccontare il contemporaneo attraverso i suoi scarti e le sue ossessioni più viscerali.
Diane Kruger e le trecce ad anello: quando l’acconciatura diventa architettura
Sul versante beauty, a rompere la monotonìa delle solite chiome morbide ci ha pensato Diane Kruger. L’attrice tedesca, attesa per la première di *Fatherland*, ha infatti deciso di ignorare il protocollo dell’eleganza prevedibile: niente onde plastiche o raccolti anonimi, ma una vera e propria costruzione geometrica dei capelli che ha fatto il giro dei social in poche ore. Le trecce ad anello, infatti, sembravano uscite da un’illustrazione fantasy contemporanea – un ibrico sorprendente tra il rigore delle eroine medievali e l’estetica teatrale dei saghe epiche più recenti. Non si trattava di un semplice hairstyle, bensì di una dichiarazione di intenti: contro la dittatura del “bel viso pulito”, Kruger ha opposto una struttura complessa, quasi architettonica, che imponeva allo sguardo un percorso obbligato tra incroci e avvolgimenti. La scelta, prevedibilmente, ha spaccato il pubblico tra entusiasti della novità e tradizionalisti della scalinata, ma quello che conta – per gli addetti ai lavori – è la capacità di aver introdotto un discorso nuovo sulla testa delle star.
Beauty look “effortless” e pelle luminosa: il nuovo codice del red carpet
C’è infine un’altra tendenza, forse meno urlata ma altrettanto pervasiva, che sta attraversando le passerelle improvvisate del festival. I beauty look più apprezzati, quelli che finiranno nelle moodboard di milioni di appassionate, abbandonano progressivamente gli eccessi di copertura per puntare su un’estetica più istintiva: il glow naturale, le onde morbide che non sembrano voler ingannare nessuno, la pelle luminosa ma non ritoccata all’eccesso. È il trionfo del cosiddetto “effortless”, un termine che sulla carta suona come un paradosso (nulla è meno spontaneo di un tappeto rosso) ma che nella pratica si traduce in una ricerca minuziosa della semplicità. Trecce decostruite, increspature leggere, dettagli raffinati ma mai invasivi: il messaggio che arriva dalle star è chiaro, almeno per gli esperti che seguono la kermesse. Non c’è bisogno di apparire trasformate per essere ricordate. Anzi, proprio la capacità di sembrare se stesse – in una cornice che di naturale ha ben poco – diventa oggi la più sofisticata delle strategie.




