Il risiko bancario e il destino di Mps: l'assemblea di Intesa e il silenzio della politica
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Redazione Economia
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Da qualche mese, il risiko bancario italiano tiene banco con un’intensità che pochi ricordavano: offerte, controfferte, partecipazioni incrociate e rilanci che si susseguono a ritmo serrato, disegnando una partita complessa in cui ogni mossa sembra condizionare la successiva. Mps guarda a Banco Bpm e Banca Generali, Intesa Sanpaolo muove le proprie pedine dopo l’annuncio dell’Opas, UniCredit osserva il campo da una posizione defilata, mentre Mediobanca si trova improvvisamente al centro di una partita ben più ampia, sullo sfondo della quale si staglia sempre la presenza del Leone di Trieste.
Una vicenda che i giornali finanziari raccontano giorno per giorno come se fosse un campionato di calcio, ma che in realtà coinvolge interessi miliardari e equilibri destinati a ridisegnare il panorama del credito italiano.
L'assemblea di Intesa Sanpaolo e la superbanca da 16 miliardi di utili
Giovedì 10 settembre, Carlo Messina, amministratore delegato di Intesa Sanpaolo, ha convocato l'assemblea dei soci nel nuovo Centro Direzionale di Torino, chiamando i suoi "vassalli" a pronunciarsi sull'aumento di capitale necessario a sostenere l'offerta pubblica di acquisto e scambio su Banca Monte dei Paschi di Siena. Sul piatto ci sono 30,6 miliardi di euro e la prospettiva di creare una superbanca in grado di realizzare, al 2029, un utile netto di 16 miliardi di euro, forte di 27 milioni di clienti e 1.700 miliardi di masse gestite.
L'operazione, che prevede un corrispettivo di 1,6 azioni Intesa di nuova emissione più un euro in contanti per ogni titolo Mps portato in adesione, rappresenta una scommessa sulla crescita futura del gruppo, che punta a fare leva sulla gestione del risparmio e sulla consulenza per generare sinergie per 2,9 miliardi di euro l'anno, di cui 1,5 miliardi di costi e 1,4 miliardi di ricavi.
L'offerta, però, è molto più di una semplice operazione finanziaria: porta in dote anche il 13,32% di Generali detenuto attraverso Mediobanca, un asset strategico che ha già garantito circa 330 milioni di dividendi nell'anno in corso.
Dal punto di vista industriale, la combinazione con Mediobanca rafforzerebbe la posizione di Intesa nell'M&A e nel debt capital market, mentre l'integrazione di Compass nel credito al consumo consentirebbe di raggiungere la prima posizione in Italia. L'obiettivo dichiarato da Messina è quello di creare una banca con un Roe superiore al 20% e indici patrimoniali (Cet1) sopra il 14%, capace di distribuire complessivamente 61 miliardi ai propri azionisti nel quinquennio 2025-2029.
Il ruolo di Unipol e la partita su Mediobanca
A rendere possibile l'operazione di Intesa Sanpaolo è stato il supporto di Unipol, che a seguito dell'Opas rileverà l'entità giuridica di Mps, 625 sportelli dell'istituto senese e i palazzi storici, compresa la celebre sede di Rocca Salimbeni. In sostanza, Intesa Sanpaolo acquisterà le strutture centrali di Mps e Mediobanca, mentre ciò che resta finirà nelle mani del gruppo assicurativo guidato da Carlo Cimbri, che ha sottolineato come l'operazione sia perfettamente coerente con la strategia già avviata su Bper.
L'obiettivo dichiarato è quello di creare, sommando la nuova entità a Bper, la seconda banca italiana in termini di mercato domestico, un'operazione che Cimbri ha definito un successo analogo a quello che portò all'acquisizione di Fondiaria Sai più di dieci anni fa.
Per quanto riguarda il ruolo di Mediobanca, Messina ha cercato di smontare l'idea che l'obiettivo finale sia il controllo di Generali attraverso la partecipazione che Mps detiene in Piazzetta Cuccia, sostenendo che Intesa non è interessata a un'operazione su Generali e che quella quota rappresenta piuttosto "un asset strategico e finanziario da valorizzare all'interno del nuovo gruppo".
La neutralità del governo e le reazioni del territorio
In questo scenario, la posizione del governo appare caratterizzata da una neutralità a tratti sconcertante, se si considera che lo Stato detiene ancora il 4,8% di Mps e che l'operazione coinvolge un asset strategico per il sistema Paese. Il ministro dell'Economia, Giancarlo Giorgetti, intervenuto al Forum Teha di Cernobbio, ha ribadito con chiarezza la linea dell'esecutivo: "Noi abbiamo detto in Parlamento, e ribadito, che siamo totalmente neutrali rispetto alle operazioni del risiko bancario. Non intendiamo assolutamente intervenire né interferire con le operazioni in corso".
Una presa di posizione che ha suscitato reazioni critiche, come quella del leader di Italia Viva Matteo Renzi, che ha accusato il governo di aver fatto "danni sul risiko bancario", ritardando l'uscita da Mps e applicando il golden power contro Unicredit, con il rischio di regalare Banco Bpm ai francesi di Crédit Agricole.
Ancora più netta è la delusione che arriva dal territorio senese, dove amministratori e rappresentanti politici locali si sentono presi in giro dopo le rassicurazioni ricevute dal ministro Giorgetti sulla volontà dello Stato di mantenere la propria quota in Mps, smentite pochi giorni dopo dalle dichiarazioni del sottosegretario Federico Freni.
Freni, intervenendo a Cernobbio, ha infatti precisato che la partecipazione residua del Tesoro sarà venduta "nel momento di maggiore convenienza per il Mef", e che quella quota "non è lì per influenzare l'operazione". Una dichiarazione che ha fatto cadere ogni illusione sulla possibilità che lo Stato possa giocare un ruolo attivo per tutelare l'integrità e il radicamento territoriale di Mps, alimentando il malcontento di una città che da settimane si muove compatta per chiedere garanzie su occupazione, marchio e direzione generale.
Un sistema bancario solido ma in trasformazione
Il risiko in corso si inserisce in un contesto di solidità complessiva del sistema bancario italiano, come confermato dagli ultimi stress test del Fondo Monetario Internazionale, che hanno evidenziato una "forte resilienza a shock gravi" e un'adeguata patrimonializzazione degli istituti di credito. Secondo le simulazioni del Fondo, anche in uno scenario geopolitico avverso, l'indice patrimoniale totale aggregato delle banche italiane si attesterebbe al 16,5%, con solo quattro istituti al di sotto dei requisiti minimi.
Tuttavia, il quadro non è privo di criticità: il Fmi ha segnalato come principali vulnerabilità il nesso tra debito sovrano e settore bancario, la sostenibilità del modello di business di alcuni istituti minori e i crescenti rischi climatici e informatici.
La partita in corso, quindi, non è solo una questione di equilibri tra grandi gruppi, ma tocca temi cruciali per la stabilità del sistema, in un momento in cui le banche centrali sono chiamate a gestire un'inflazione strutturalmente più elevata e una volatilità dei tassi che impone una maggiore reattività nelle politiche monetarie.
Intesa Sanpaolo, dal canto suo, ha già archiviato il 2025 con un utile netto record di 9,3 miliardi di euro, superando gli obiettivi del piano precedente e preparando il terreno per una nuova fase strategica fondata su tecnologia, wealth management ed espansione internazionale. Con il lancio di Isywealth Europe e l'investimento di 5,6 miliardi in infrastrutture IT, il gruppo guidato da Messina sembra voler guardare oltre i confini nazionali, mentre il risiko italiano si consuma tra le mura di Rocca Salimbeni e gli uffici di Corso Matteotti.
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