Il mistero della morte all'eremo di Monte Giove: l'autopsia chiarirà la fine di Vasyl Khomiak

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Sarà l'esame autoptico, in programma nella giornata di lunedì presso l'obitorio di Fano e affidato dal pubblico ministero Carlo Alberto Lafiandra alla medico legale Loredana Buscemi, a dover stabilire con certezza cosa sia accaduto quella notte nel monastero camaldolese sulle colline marchigiane, quando il trentaquattrenne di origine ucraina Vasyl Khomiak, da dieci anni in Italia, ha trovato la morte precipitando per circa trenta metri in un pozzo situato all'interno dell'Eremo. Le indagini, condotte dai carabinieri della compagnia di Fano, si muovono ancora tra diverse ipotesi, nessuna delle quali, al momento, può considerarsi definitivamente acquisita: dalla caduta accidentale, forse favorita dall'oscurità e dallo stato di profondo smarrimento in cui versava l’uomo, al gesto volontario, sebbene gli inquirenti non abbiano finora reso nota l'esistenza di elementi univoci che possano far propendere con sicurezza per il suicidio.

Ciò che appare sempre più delineato, agli occhi di chi indaga, è il quadro del vissuto interiore che aveva spinto Khomiak fin lassù, tra il silenzio e le preghiere dei monaci. Con sé, come è stato ritrovato nel suo zaino abbandonato nei pressi dell'altare della chiesetta, portava un’icona ortodossa e un messale scritto in cirillico, oggetti che raccontano di una ricerca spirituale tormentata, forse l'estremo tentativo di dare un significato a quelle visioni e a quelle voci – che lui stesso, stando a quanto riferito dalla madre, interpretava come richiami diabolici – che lo perseguitavano. Una ricerca, quella del giovane ucraino, che nei giorni precedenti al tragico epilogo lo aveva portato a bussare alla porta dell’eremo chiedendo ospitalità, un rifugio che i frati, per ragioni legate alla loro regola e all’organizzazione della vita claustrale, non avevano potuto concedergli.

Il racconto della madre, Irina Khomiak, che dalla sua abitazione pesarese in via Branca ha rotto il silenzio tra le lacrime per difendere la memoria del figlio, restituisce la dimensione umana di una vicenda altrimenti riducibile a nuda cronaca. La donna, nel dolore che le squarcia il petto, ha voluto sottolineare come Vasyl non fosse affatto un satanista – ipotesi che era circolata nei primi momenti dopo il ritrovamento – ma «un figlio di Dio», un ragazzo buono, seppur segnato da problemi psichici che lo avevano portato a subire diversi trattamenti sanitari obbligatori e a essere preso in carico dal Centro di salute mentale di Pesaro. Il figlio, ha spiegato, beveva talvolta, ma la sua indole non era violenta né malvagia: a Monte Giove, sentendo quelle che per lui erano voci di demoni, era andato per cercare una salvezza che forse, in quel contesto di penombra e misticismo, gli è tragicamente sfuggita di mano.

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