Action figure con ChatGPT: il nuovo trend che trasforma tutti in giocattoli
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Redazione Cultura e Spettacolo
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L’ultima frontiera dell’intelligenza artificiale applicata alla creatività si chiama action figure, e sta conquistando i social con una rapidità che lascia poco spazio alle esitazioni. Dopo l’ondata di immagini in stile Studio Ghibli – che aveva già acceso polemiche per le implicazioni legate al copyright – ChatGPT, grazie al potenziamento del modello 4o, offre ora la possibilità di trasformare chiunque in un giocattolo da collezione. Basta un prompt, pochi secondi di attesa, ed ecco apparire una versione miniaturizzata e iperrealistica di sé stessi, confezionata come una statuetta da scaffale.
Non sono solo gli utenti comuni a cimentarsi con questa nuova moda. Anche personaggi pubblici, come Damiano David dei Måneskin, hanno ceduto alla tentazione, condividendo sui propri profili social l’effetto sorpresa – e a volte grottesco – del risultato. «Why am I Danny Trejo?», ha scherzato il cantante, ripostando l’immagine generata da un fan. Un dettaglio che dimostra come, al di là della perfezione tecnica, l’IA possa produrre esiti imprevedibili, talvolta comici, altre volte inquietanti.
Il meccanismo è semplice: si inserisce una foto o una descrizione testuale, si sceglie lo stile (plastificato, metallizzato, vintage) e in pochi clic si ottiene la propria versione giocattolo. Hashtag come #StarterPack o #ActionFigure hanno già inondato TikTok e Instagram, trasformando quello che era un esperimento in un fenomeno virale. E se le prime sperimentazioni si limitavano a ritratti generici, ora c’è chi ricrea intere scene, aggiungendo fondali, accessori, persino imballaggi fittizi che mimano quelli delle action figure in vendita nei negozi.
Ma cosa dice questa tendenza sulla nostra relazione con l’immagine digitale? Se lo stile Ghibli, con la sua estetica nostalgica e manuale, aveva acceso un dibattito sull’originalità e sulla sovrapproduzione di contenuti, le action figure pongono una questione diversa: quella dell’autorappresentazione come oggetto. Non più solo volti stilizzati o paesaggi onirici, ma corpi trasformati in prodotti, pronti per essere “collezionati”. Un gioco, certo, ma che riflette una fascinazione sempre più marcata per l’identità liquida, plasmabile, riproducibile all’infinito.




