Vladyslav Heraskevych, la giornata no del portabandiera: il Tas valuterà il ricorso dopo la squalifica per il casco della memoria

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Redazione Sport Redazione Sport   -   L’udienza, quella che nessun atleta che ha trascorso gli ultimi quattro anni della propria vita a inseguire una pista di ghiaccio vorrebbe mai affrontare, si è tenuta a Milano. Vladyslav Heraskevych, il ventisettenne portabandiera dell’Ucraina, specialista dello skeleton e con un piazzamento tra i migliori che molti davano per certo, si è presentato dinanzi al Tribunale Arbitrale dello Sport per provare a ribaltare una decisione che, di fatto, gli ha sottratto il palcoscenico olimpico. La motivazione, ormai nota, risiede nel suo casco: sulla calotta grigia aveva fatto applicare i volti di atlete e atleti ucraini uccisi dall’invasione russa, un omaggio che la giuria della Federazione Internazionale di Bob e Skeleton ha giudicato non conforme alle rigide direttive del Comitato Olimpico Internazionale in materia di neutralità politica -1-6. Lui, però, contesta l’interpretazione di quelle regole e chiede di essere riammesso.

La questione, lungi dall’essere meramente tecnica, affonda le radici nella dicotomia tra il diritto alla memoria e il dovere di neutralità che la Carta Olimpica impone ai propri tesserati. Heraskevych non ha mai nascosto le sue intenzioni, anzi, le aveva annunciate con chiarezza, rifiutando le soluzioni di compromesso che il CIO, nella persona della sua presidente Kirsty Coventry, gli aveva proposto in un serrato confronto durato fino alla mattina stessa della gara. L’alternativa era una fascia nera al braccio, simbolo di lutto condiviso ma, evidentemente, ritenuto dal diretto interessato non all’altezza del messaggio che intendeva veicolare -3-8. E così, mentre i suoi compagni di squadra scendevano lungo il tracciato di Cortina, lui si è trovato a dover spiegare ai giudici del Tas le ragioni di una scelta che definisce "di dignità" e non di propaganda.

Durante l’audience, che si è protratta per oltre due ore, lo skeletonista ha ribadito con fermezza la sua posizione, sostenendo di non aver infranto alcuna norma specifica e che, semmai, l’interpretazione fornitane dal CIO risulti discriminatoria -8. «Dovrei essere in gara, non in udienza», avrebbe detto, quasi a voler sottolineare l’assurdità di un paradosso che lo vede costretto a difendersi invece di poter competere. Il suo ricorso si basa sulla convinzione che le immagini dei caduti non rappresentino un messaggio politico, bensì un atto dovuto di riconoscenza verso chi, come lui, aveva dedicato la vita allo sport e l’ha persa a causa del conflitto -4. Un messaggio, questo, che ha trovato eco nelle parole della stessa Coventry la quale, visibilmente commossa dopo l’incontro con l’atleta e suo padre, aveva riconosciuto trattarsi di un potente messaggio di memoria con cui nessuno può dirsi in disaccordo -8.

Intanto, al di fuori delle aule giudiziarie, la vicenda ha suscitato reazioni contrastanti, sebbene in questa sede ci si debba limitare alla cronaca dei fatti. Il presidente della Regione Lombardia, Attilio Fontana, interpellato sulla questione, ha espresso umana vicinanza all’atleta, pur ribadendo il principio per cui le istituzioni, incluso il CIO, hanno regole che vanno rispettate, anche quando le loro applicazioni appaiono dolorose -10. Dalle sue parole traspare la consapevolezza della rigidità del sistema, un sistema che non ha concesso deroghe a Heraskevych nonostante la sua richiesta di appello al Tas, che ora dovrà esprimersi con la celerità che i Giochi richiedono, decidendo se l’atleta ucraino abbia ragione nel sentirsi vittima di un’ingiustizia o se, al contrario, l’applicazione della regola 50 della Carta Olimpica sia stata semplicemente lineare e ineccepibile.

I volti sul casco e il nodo della regola 50

Per comprendere la complessità della vicenda occorre soffermarsi sull’oggetto del contendere: il casco. Non un semplice accessorio tecnico, ma una tela su cui Heraskevych ha voluto imprimere i ritratti di chi non c’è più. Tra questi, nomi come quello della biatleta Evgenia Malyshev, del lottatore greco-romano Andrii Yaremenko o della campionessa di kickboxing Karyna Bakhur, solo alcuni dei centinaia di sportivi ucraini uccisi dall’inizio dell’invasione su larga scala. La norma incriminata, l’articolo 50 della Carta Olimpica, vieta ogni forma di propaganda politica, religiosa o razziale nei siti di gara. Il CIO ha ritenuto che il casco rientrasse a pieno Titolo in questa fattispecie, in quanto manifestazione visiva di una presa di posizione relativa a un conflitto in corso. Heraskevych, invece, obietta che onorare i propri connazionali caduti non costituisce propaganda, ma un gesto di umanità che travalica la politica, un distinguo sottile ma sostanziale su cui ora il Tribunale Arbitrale è chiamato a esprimersi.

L’incontro con Coventry e l’ora X del Tas

Le ore che hanno preceduto la gara sono state convulse. Kirsty Coventry, responsabile del CIO, ha incontrato personalmente l’atleta e suo padre al Cortina Sliding Centre intorno alle otto e un quarto del mattino, nel tentativo estremo di scongiurare la squalifica. Un faccia a faccia che la presidente ha descritto come rispettoso e profondo, durante il quale ha proposto a Heraskevych di onorare comunque il suo messaggio, ma non durante la discesa: avrebbe potuto mostrare il casco prima e dopo la prova, nella zona mista, ricevendo così la stessa visibilità mediatica. Un’offerta che il portabandiera ucraino ha ritenuto inaccettabile, compiendo la scelta che lo ha portato all’esclusione. Ora la parola passa al Tas, il cui verdetto, atteso a breve, potrebbe riscrivere la conclusione di questa vicenda, riaprendo scenari che sembravano ormai chiusi, seppur con le gare già iniziate.

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