Baden-Württemberg vira ma non si ribalta: il flop di Spd e Fdp e il trionfo dei Verdi che ora difendono il motore termico
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Redazione Esteri
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Il primo verdetto delle urne in Germania per l’anno 2026 porta con sé scosse d’assestamento che dal Baden-Württemberg si propagano dritte fino alla cancelleria di Berlino, dove Friedrich Merz, nel bel mezzo di una seduta straordinaria del Kabinett con i ministri dell’esecutivo rosso-nero, deve fare i conti con un segnale che di confortante ha ben poco. Nel terzo Land della repubblica federale per dimensioni e peso economico, patria di colossi come Porsche, Mercedes e della chimica della Basf, gli elettori hanno sostanzialmente confermato il governo uscente, ma l’hanno fatto con una tale redistribuzione di consensi da riscrivere gli equilibri politici, consegnando ai Verdi di Cem Özdemir, seppur con una percentuale in calo al 30,2 per cento, una vittoria che sa di rivincita personale più che di trionfo programmatico. E se i Verdi, va detto, perdono qualche punto rispetto al 2021, il dato realmente dirompente – e che tiene banco nelle discussioni post-elettorali – è la loro nuova, spudorata linea in materia di politiche industriali: in piena rottura con i diktat europei e con l’ala più ortodossa del loro stesso partito a Bruxelles, gli ecologisti tedeschi, forti del risultato ottenuto nel cuore pulsante dell’automotive, chiedono ora a gran voce di cancellare lo stop alla vendita di auto con motore termico previsto per il 2035, un’eresia verde che ha il sapore del pragmatismo regionale e che già fa discutere.
Dietro la performance dei vincitori, però, è il panorama delle macerie a raccontare la vera storia di questa consultazione. Per i socialdemocratici della Spd, reduci da una campagna anemica e incapaci di incidere in un testa a testa che li ha esclusi dal dibattito principale, si tratta di un autentico terremoto: con un misero 5,5 per cento, più della metà di quanto raccolto cinque anni fa, sfiorano l’esclusione dal parlamento di Stoccarda e toccano il loro minimo storico in una competizione regionale, un risultato che ha spinto il loro candidato di punta ad annunciare immediatamente le dimissioni. Ma se per i socialdemocratici si tratta di una emorragia, per i liberali della Fdp è un vero e proprio tracollo identitario: il 4,4 per cento raccolto, che li condanna a restare fuori dalla dieta regionale, rappresenta una batosta che assume i contorni della tragedia politica se si considera che stiamo parlando del loro Land d’origine, un luogo che dovrebbe rappresentare una roccaforte e che invece li ha relegati tra i partiti irrilevanti, insieme alla sinistra della Linke, ferma anch’essa al 4,4 per cento e mai entrata in questa legislatura.
L’avanzata silenziosa dell’Afd e l’ombra lunga sul cancellierato di Merz
Mentre i riflettori sono puntati sullo scontro di vertice tra il vincitore Özdemir e il deluso sfidante cristianodemocratico Manuel Hagel, che pure vede la sua Cdu guadagnare cinque punti percentuali rispetto al voto precedente attestandosi al 29,7 per cento, è un altro attore a rivendicare con forza il ruolo di vero vincitore della notte. L’Alternative für Deutschland, con un balzo in avanti di oltre nove punti che la porta al 18,8 per cento, non solo consolida la sua posizione di terza forza, ma lo fa in una regione dell’Ovest storicamente refrattaria agli estremismi, dimostrando di aver ormai sfondato ogni barriera geografica e culturale. I co-presidenti federali del partito, forti di questo risultato che raddoppia i consensi, hanno subito rivendicato il ruolo di principale forza di opposizione nel Land, un’affermazione che stride con i propositi del cancelliere Merz, il quale, nel corso della conferenza stampa convocata per commentare il voto, ha ribadito con forza la netta chiusura a qualsiasi collaborazione con i sovranisti, un muro che però non basta a rassicurare le fondamenta della sua maggioranza.
Per Merz, che pure ha potuto consolarsi con la tenuta e anzi con la crescita in termini assoluti dei voti per il suo partito, il quadro che emerge da questa prima tornata elettorale del 2026 è a dir poco preoccupante. Da un lato, deve gestire il nervosismo di un alleato di governo, la Spd, ridotto ai minimi termini e tecnicamente in fin di vita in una regione chiave; dall’altro, assiste impotente all’avanzata inarrestabile dell’Afd, che gli contende l’elettorato conservatore. Nel mezzo, la questione dei Verdi, che pur essendo all’opposizione a Berlino, si confermano forza di governo pragmatica e radicata a Stoccarda, pronti a trattare con la Cdu locale una nuova “große Koalition” in versione bicolore, forte dei 56 seggi conquistati pari pari da democristiani, e che hanno già respinto al mittente, con le parole secche di Özdemir, le voci su una possibile compresidenza a rotazione del Land, bollandole come sciocchezze per le quali non c’è tempo in un’agenda politica che richiede invece scelte da adulti.
La nuova questione termica e le trattative per un governo di stabilità
La sfida che si apre ora per i partiti tradizionali è duplice e si gioca su due tavoli distinti ma comunicanti. A Stoccarda, Özdemir, forte del risultato che lo incorona come il primo presidente di Regione con origini turche nella storia tedesca, ha teso la mano ai cristianodemocratici per una “partnership alla pari”, forte di una legislatura decennale che ha visto Verdi e Cdu governare senza troppi scossoni. E se Hagel, il battuto, si è preso pubblicamente la responsabilità della sconfitta – forse anche appesantito dalla riemersione di vecchie dichiarazioni infelici – i negoziati per il governo si preannunciano complessi, perché i Verdi locali non sono più quelli di una volta, avendo abbracciato una difesa dell’industria automobilistica che li avvicina pericolosamente alle posizioni dei loro interlocutori. A Berlino, invece, la situazione è ancora più intricata: il cancelliere deve tenere insieme una coalizione in cui uno dei partner, la Spd, esce stordito dal voto, e al contempo fronteggiare un’opposizione di destra che cresce e che, in parlamento, userà questo risultato come un’arma per colpire l’esecutivo su ogni provvedimento, forte della legittimazione popolare appena ricevuta.
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