Ex Ilva, a Novi Ligure continua il fuggi fuggi: ora se ne vanno anche gli impiegati

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Mentre a Roma, tra i tavoli di Palazzo Chigi e le dichiarazioni che si rincorrono, si discute del futuro dell’ex Ilva e della possibile acquisizione da parte del gruppo statunitense Flacks, la situazione negli stabilimenti, specialmente in quello di Novi Ligure, assume i contorni di una vera e propria diaspora. Il clima di incertezza che avvolge da mesi la vicenda siderurgica, con la produzione a singhiozzo e la cassa integrazione che ormai è diventata una compagna quotidiana per molti, sta producendo un effetto a catena difficile da arrestare. Se fino a ieri erano gli operai, stretti nella morsa della precarietà, a cercare occupazione altrove, nelle ultime settimane il fenomeno ha cambiato pelle e si è esteso. A lasciare lo stabilimento di strada Boscomarengo, hanno raccontato fonti sindacali locali, sono ora anche diversi impiegati, figure professionali con mansioni tecniche e amministrative che, di fronte alla mancanza di prospettive certe, hanno deciso di accettare proposte di lavoro altrove, spesso in realtà produttive più piccole ma operative sul territorio. Un’emorragia silenziosa, quella del personale, che rischia di impoverire il sito non solo numericamente, ma anche in termini di competenze e know-how.

Un’acquisizione annunciata, ma tra i sindacati resta lo scetticismo

Sul fronte della trattativa, il fondo americano guidato da Michael Flacks sembra intenzionato a procedere speditamente, forte di un ottimismo che i sindacati, però, non condividono affatto. La società ha annunciato l’intenzione di formalizzare l’acquisizione entro marzo, con la consegna ai commissari straordinari di Acciaierie d’Italia del piano industriale e delle relative garanzie finanziarie. Flacks, intervistato più volte, ha ribadito la propria convinzione che l’Ilva non sia un’azienda qualunque e che la sfida, per quanto complessa, vada affrontata. Dalle segreterie nazionali di Fiom, Fim e Uilm, però, arrivano valutazioni diametralmente opposte. I rappresentanti dei lavoratori hanno chiesto al governo un piano alternativo, basato su un intervento diretto dello Stato e su una nazionalizzazione dello strategico complesso siderurgico, che ritengono l’unica strada percorribile per garantire la continuità produttiva e la transizione ecologica, salvaguardando al contempo l’occupazione e la sicurezza nei siti. Il governo, dal canto suo, ha riferito che la trattativa in esclusiva con Flacks prosegue, in attesa di chiarimenti su sostenibilità finanziaria e accordi industriali.

Il nodo della sicurezza e la spada di Damocle della sentenza di Milano

A complicare ulteriormente un quadro già di per sé estremamente complesso, si aggiunge la questione giudiziaria. Il tribunale di Milano ha emesso una sentenza che impone la revisione dell’autorizzazione ambientale integrata per l’area a caldo di Taranto, pena la sospensione delle attività entro il prossimo agosto se non verranno specificate modalità attuative e tempi certi per gli interventi. Una decisione che, di fatto, rischia di paralizzare il cuore produttivo dell’intero gruppo e che i commissari straordinari hanno annunciato di voler impugnare. A questa tegola si somma la piaga degli incidenti sul lavoro, con due gravi infortuni mortali avvenuti nello stabilimento di Taranto nei primi mesi dell’anno, che hanno riacceso i riflettori sulla necessità di manutenzioni straordinarie e investimenti nella sicurezza, temi che saranno al centro di specifici tavoli tecnici convocati al ministero del Lavoro.

L’indotto trema e il territorio trattiene il fiato

La lunga agonia dell’ex Ilva, con la produzione che langue e i forni in parte spenti, non colpisce solo i dipendenti diretti degli stabilimenti, ma si riverbera con violenza sull’intero indotto. A Novi Ligure, come a Racconigi e a Genova, migliaia di lavoratori impiegati nelle aziende di logistica, manutenzione, pulizie e ristorazione vivono nella più totale incertezza. I sindacati di categoria hanno più volte lanciato l’allarme sul rischio di una desertificazione industriale che, nel caso di un cambio di gestione o di una riconversione degli impianti, potrebbe portare alla cessazione di molte attività e alla perdita di migliaia di posti di lavoro, spesso già caratterizzati da forme di forte precarietà. L’apprensione è palpabile anche nelle dichiarazioni dei rappresentanti territoriali della Cisl, che sottolineano come il settore dell’acciaio sia strategico per l’economia piemontese e come sia prioritario evitare la dispersione di un patrimonio di competenze, in una regione già provata da altre crisi industriali. La sensazione, a Novi Ligure come altrove, è quella di assistere a un lento sgretolarsi, mentre il destino di migliaia di famiglie resta appeso a un filo, in attesa di sapere se l’ennesimo cavaliere bianco si farà vivo o se, invece, sarà lo Stato a dover mettere mano al portafoglio per salvare un pezzo di industria nazionale.

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