Covid, la variante ‘Cicada’ in rapida diffusione: cosa sappiamo
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Redazione Salute
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Si torna a parlare di Covid, e il nome che riecheggia nei bollettini epidemiologici e nei rapporti dei centri di sorveglianza è “Cicada”. Una definizione, questa, che non rimanda al canto degli insetti ma a un percorso di comparsa e scomparsa apparente, quasi un rimanere in sordina per lunghi mesi prima di riemergere con prepotenza all’attenzione globale. L’oggetto di questa attenzione è la sottovariante BA.3.2, un discendente della grande famiglia Omicron che, pur essendo stata individuata già alla fine del 2024 in un campione respiratorio raccolto in Sudafrica, ha iniziato a mostrare i suoi effetti più significativi solo successivamente, con una diffusione che oggi appare in accelerazione soprattutto negli Stati Uniti, ma che interessa ormai una ventina di Paesi sparsi in Europa e in altre regioni del mondo.
Le caratteristiche genetiche e la sorveglianza internazionale
Ciò che distingue BA.3.2 dalle varianti predominanti fino a poco tempo fa, riconducibili al lignaggio JN.1, è un carico di mutazioni decisamente rilevante: gli esperti parlano di circa 70-75 modifiche genetiche concentrate sulla proteina Spike, quella struttura che il virus utilizza per agganciarsi alle cellule umane e che rappresenta il bersaglio principale dei vaccini attuali. È proprio questa differenza sostanziale, una divergenza tale da rendere il ceppo quasi “sconosciuto” al sistema immunitario di una popolazione che non lo aveva mai incontrato prima, a giustificare il livello di attenzione da parte di enti come il Centers for Disease Control and Prevention (CDC) statunitense e l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), che lo hanno inserito tra le cosiddette “variant under monitoring”.
Il monitoraggio, va detto, è reso possibile da una rete di sorveglianza che combina i dati clinici con quelli provenienti dall’analisi delle acque reflue: una tecnologia che, negli Stati Uniti, ha permesso di tracciare la diffusione del virus ben oltre i soli tamponi positivi registrati. Il primo caso americano, per la precisione, fu rilevato in un viaggiatore proveniente dai Paesi Bassi attraverso l’aeroporto di San Francisco nel giugno del 2025, mentre a febbraio di quest’anno la presenza di BA.3.2 era già stata certificata in pazienti e in campioni fognari di almeno 29 stati. Un viaggio globale, quello di Cicada, che a febbraio 2026 aveva già toccato 23 Paesi, con una presenza rilevata anche in Thailandia e in diverse nazioni europee.
Profilo clinico ed efficacia degli strumenti di prevenzione
Dal punto di vista clinico, il quadro che emerge dalle prime osservazioni non sembra suggerire un aumento della severità della malattia. I sintomi associati alla variante Cicada, infatti, ricalcano quelli ormai noti delle precedenti mutazioni Omicron: si va dalla tosse e dalla febbre (o brividi) al mal di gola, dalla congestione nasale alla sensazione di spossatezza e mal di testa, passando per disturbi gastrointestinali e, in alcuni casi, la perdita dell’olfatto o del gusto. Nella maggior parte dei soggetti, le manifestazioni restano lievi o moderate, senza che si siano registrati segnali di un incremento dei ricoveri ospedalieri direttamente attribuibili a questa variante. Non mancano, tuttavia, i casi asintomatici, una caratteristica che favorisce la circolazione silenziosa del virus.
La vera questione, sollevata da più parti nella comunità scientifica, riguarda piuttosto la capacità di Cicada di eludere parzialmente le difese immunitarie costruite con i vaccini o con le infezioni pregresse. Il dato, attualmente al vaglio dei ricercatori, suggerisce che la risposta immunitaria potrebbe essere meno rapida o meno efficace nel riconoscere questo specifico ceppo, vista la sua diversità genetica rispetto ai target su cui sono stati aggiornati i sieri. Questo non equivale a dire che la vaccinazione diventi inutile: le evidenze disponibili confermano che gli strumenti attuali mantengono un potenziale significativo nel prevenire gli esiti più gravi, come le ospedalizzazioni e i decessi, anche se il meccanismo di riconoscimento del patogeno da parte degli anticorpi potrebbe risultare meno immediato. Un rallentamento, insomma, nella risposta immunitaria che potrebbe tradursi in un maggior numero di infezioni di “breach”, cioè in grado di superare la barriera protettiva, ma senza tradursi necessariamente in una maggiore virulenza.
Un fenomeno in divenire sotto la lente degli epidemiologi
La sorveglianza resta dunque alta, sebbene non ci siano elementi per parlare di una nuova emergenza sanitaria. In Thailandia, dove le autorità si sono dichiarate in allerta per l’intensità dei flussi turistici, la situazione viene descritta come sotto controllo, mentre negli Stati Uniti i dati sui casi e sugli accessi al pronto soccorso non mostrano impennate drammatiche, ma piuttosto una tendenza al rialzo che gli esperti stanno monitorando con l’approssimarsi della stagione estiva. Il nome stesso, “Cicada”, nato sui social e ripreso dagli stessi ricercatori, fa proprio riferimento a questa capacità di rimanere latente per poi emergere con un ritmo ciclico, approfittando della bassa copertura vaccinale in alcuni segmenti di popolazione e della riduzione delle misure di mitigazione.
Ad alimentare l’attenzione è anche il fatto che, diversamente da altre ondate in cui una singola variante dominava rapidamente il panorama, BA.3.2 sta crescendo in modo più graduale, coesistendo con altri ceppi, ma mostrando una traiettoria che suggerisce un vantaggio competitivo in termini di trasmissibilità. Le autorità sanitarie, in questo contesto, ribadiscono l’importanza delle misure di base: restare a casa in presenza di sintomi, proteggere le persone più fragili (anziani e immunocompromessi) e curare l’igiene delle mani e l’etichetta respiratoria, laddove l’uso delle mascherine in spazi affollati e poco ventilati resta una pratica raccomandata per chi vuole ridurre il rischio di esposizione.




