Il ritorno silenzioso del covid: la variante “Cicada” e le sue 75 mutazioni
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Redazione Salute
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Il covid, è bene ricordarlo, non è mai davvero scomparso. Ha solo cambiato volto, mimetizzandosi tra le pieghe di un’endemia ormai accettata, quasi dimenticata, mentre il mondo – distratto da altre crisi – abbassava la guardia. Ora però, a riaccendere i riflettori dei centri di controllo epidemiologico, è una nuova sottovariante del ceppo Omicron, identificata con la sigla BA.3.2 e ribattezzata “Cicada”. Un nome, quest’ultimo, che non è stato scelto a caso: come la cicala capace di restare a lungo sopita nel sottosuolo per poi risalire in superficie, questa mutazione è rimasta inattiva per mesi, quasi invisibile ai sistemi di sorveglianza, prima di esplodere nella primavera del 2026. A dare l’allarme sono stati i dati provenienti dagli Stati Uniti, dove – sotto la presidenza di Trump – i contagi stanno aumentando in maniera esponenziale, senza però che ciò abbia ancora innescato misure restrittive paragonabili a quelle del passato.
Una mutazione che sfida le difese immunitarie
Ciò che rende la Cicada particolarmente insidiosa, a giudicare dai primi report diffusi dalle autorità sanitarie internazionali, non è tanto la sua letalità – finora paragonabile a quella delle varianti più recenti – quanto la sua straordinaria capacità di evasione immunitaria. Il virus, lo si legge nei bollettini tecnici, ha accumulato oltre 75 mutazioni sulla proteina spike; un numero sorprendente, se si considera che le varianti Omicron precedenti ne contavano meno della metà. Questa caratteristica, spiegano gli esperti, gli permette di aggirare almeno in parte la protezione garantita dai vaccini attuali e dalle infezioni pregresse. Di conseguenza, anche chi era stato contagiato nei mesi scorsi potrebbe ritrovarsi vulnerabile, con un rischio di reinfezione più alto rispetto al passato. Identificata inizialmente in Sudafrica alla fine del 2024, la BA.3.2 è rimasta sottotraccia per oltre un anno, prima di essere rilevata in Tailandia e successivamente in più di venti paesi, tra cui diversi stati europei. Per l’Italia, la domanda che molti si pongono – e che gli epidemiologi cercano di rispondere con i modelli previsionali – è se e quando questa variante potrà attecchire in modo significativo.
Sintomi e pericolosità: cosa si sa finora
Sul fronte dei sintomi, le prime evidenze cliniche raccolte negli Stati Uniti descrivono un quadro in parte simile a quello di un raffreddore severo, ma con alcune peculiarità. Febbre moderata, mal di gola persistente, affaticamento muscolare e, in una percentuale non trascurabile di casi, una tosse secca che tende a protrarsi per più di una settimana. A differenza di altre varianti, la Cicada sembra provocare meno perdita del gusto e dell’olfatto, mentre invece colpisce con maggiore frequenza le vie respiratorie alte. Tuttavia, quello che preoccupa i clinici non è tanto la gravità dei sintomi nei soggetti sani, quanto la velocità di diffusione: i dati preliminari suggeriscono un numero di riproduzione di base (l’indice Rt) superiore a quello della variante JN.1, che fino a poche settimane fa dominava la scena. Negli Stati Uniti, dove il virus sta circolando con intensità crescente, i ricoveri sono aumentati soprattutto tra gli over 65 e tra i pazienti con comorbilità pregresse, sebbene senza raggiungere i picchi drammatici delle prime fasi pandemiche.
Perché l’Oms ha riacceso i riflettori proprio ora
L’Organizzazione mondiale della sanità, va detto, non ha ancora declassato il covid come emergenza globale, ma da mesi il suo livello di attenzione era sceso. La comparsa della Cicada, con il suo carico di mutazioni inusuali per un discendente diretto di Omicron, ha però indotto il comitato tecnico a rivedere le proprie valutazioni. Non si parla, per ora, di nuove restrizioni ai viaggi o di lockdown, ma gli esperti sottolineano l’importanza di potenziare la sorveglianza genomica, quella stessa sorveglianza che molti paesi – inclusa l’Italia – hanno ridimensionato dopo la fine dell’emergenza acuta. Il timore di fondo, alimentato dai modelli matematici, è che la BA.3.2 possa rappresentare un “cavallo di Troia” evolutivo: un ceppo così diverso da quelli precedenti da rendere inefficaci gli attuali aggiornamenti dei vaccini. Per ora, ribadiscono i virologi, non esiste alcuna prova che questa variante causi una malattia più grave. Ma la sua capacità di diffondersi rapidamente, approfittando di un’immunità di gregge ormai disomogenea e in parte scaduta, la rende una candidata seria a diventare dominante nei prossimi mesi.




