Deficit commerciale Usa a 77,6 miliardi: il balzo del 42% e le ragioni di un nuovo record
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Redazione Economia
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Il deficit commerciale degli Stati Uniti è tornato a galla con una violenza inaspettata nel mese di maggio, segnando un'impennata che ha sorpreso persino gli analisti più attenti. Secondo i dati diffusi dal Bureau of Economic Analysis (BEA) e dall'Ufficio censimento del Dipartimento del Commercio americano, il disavanzo della bilancia commerciale ha raggiunto i 77,6 miliardi di dollari, registrando un aumento del 42,2% rispetto al dato rivisto di aprile, che si era attestato a 54,6 miliardi.
Un balzo che riporta il saldo passivo ai massimi livelli dallo scorso marzo, interrompendo bruscamente una serie di tre cali consecutivi.
Il boom dell'intelligenza artificiale e l'effetto dazi
La dinamica che ha determinato questo slittamento è chiara: da un lato, le importazioni sono salite del 3,3% a 395,3 miliardi di dollari, toccando il valore più alto da marzo 2025; dall'altro, le esportazioni sono calate del 3,2%, fermandosi a 317,7 miliardi. La combinazione di questi due movimenti opposti ha ampliato il disavanzo complessivo di 23 miliardi di dollari in un solo mese. Ma a spingere le importazioni verso l'alto non è stato un fattore singolo, bensì il concorso di più elementi strutturali.
Gli economisti indicano il boom degli investimenti nell'intelligenza artificiale come uno dei principali motori di questa corsa agli acquisti dall'estero, con un ruolo di primo piano giocato dalle importazioni di beni strumentali che hanno toccato un record storico di 128 miliardi di dollari. L'analisi più approfondita mostra che l'incremento è stato particolarmente significativo per i semiconduttori e gli accessori per computer, mentre sono calati gli acquisti di computer finiti.
Ma il rialzo delle importazioni è stato ampio e generalizzato, coinvolgendo beni di consumo come i preparati farmaceutici – un comparto nel quale l'aumento potrebbe essere interpretato come un tentativo di anticipare i dazi del 100% in scadenza il 31 luglio – e i telefoni cellulari.
La flessione delle esportazioni tra petrolio e oro
Se il fronte delle importazioni racconta una storia di domanda interna resiliente, quello delle esportazioni è più variegato e meno scontato. Il calo del 3,2% delle vendite all'estero è stato trainato principalmente da una flessione di 5,5 miliardi di dollari nei rifornimenti e materiali industriali, in particolare dall'oro non monetario, le cui esportazioni sono crollate di 6,2 miliardi. In netto contrasto, le esportazioni di petrolio greggio hanno invece registrato un incremento di 2 miliardi, toccando il livello più alto mai registrato.
Un andamento controintuitivo che riflette le tensioni in Medio Oriente e le conseguenti dinamiche dei prezzi delle materie prime.
Le ripercussioni dell'allargamento del deficit sulla crescita economica sono destinate a farsi sentire, dal momento che il commercio ha già sottratto punti al Prodotto Interno Lordo per due trimestri consecutivi. Gli analisti di Nationwide hanno sottolineato come le importazioni riflettano una solida domanda interna, sebbene l'anticipo degli approvvigionamenti per le scorte abbia probabilmente giocato un ruolo non secondario.
Un quadro complesso tra domanda interna e tensioni internazionali
La distribuzione geografica del deficit, peraltro, offre ulteriori spunti di riflessione. I maggiori squilibri sono stati registrati con Vietnam (20,6 miliardi), Messico (20,1 miliardi) e Taiwan (19,4 miliardi), mentre il saldo con la Cina si è attestato a 14,5 miliardi. Sul fronte opposto, gli Stati Uniti hanno ottenuto i maggiori surplus commerciali con i Paesi Bassi, Hong Kong e il Regno Unito.
Questo scenario, in cui la forte domanda di beni per l'AI e i tentativi di anticipare le barriere tariffarie si intrecciano con le tensioni geopolitiche e la volatilità dei prezzi del petrolio, delinea un quadro molto più sfaccettato di un semplice fallimento della politica tariffaria. Il dato di maggio, al di là della sua eccezionalità, sembra piuttosto il riflesso di una fase di transizione in cui le politiche commerciali, le trasformazioni tecnologiche e gli shock esterni si combinano in un equilibrio instabile e difficile da interpretare con le tradizionali categorie economiche.




