Il nodo mediorientale congela i negoziati, Mosca parla di pausa tecnica mentre Kiev prova a ripartire
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Esteri
-
L’escalation militare in Medio Oriente, e più precisamente il conflitto che vede coinvolta l’Iran, ha avuto un effetto domino diretto sui fragili tentativi di dialogo per porre fine alla guerra in Ucraina. I colloqui trilaterali che avrebbero dovuto coinvolgere Stati Uniti, Russia e Ucraina, infatti, risultano al momento sospesi; lo hanno confermato fonti ufficiali del Cremlino, raccolte dal quotidiano Izvestia, precisando che la pausa è dettata dalle attuali contingenze geopolitiche. La riconfigurazione degli equilibri globali, con gli Stati Uniti costretti a dirottare attenzioni e risorse intellettuali verso lo scacchiere iraniano, ha di fatto messo in secondo piano il dossier ucraino, nonostante la retorica della campagna elettorale di Donald Trump, tornato alla Casa Bianca, promettesse una soluzione rapida del conflitto. Dmitry Peskov, portavoce del presidente russo Vladimir Putin, ha tentato di smorzare i toni parlando di una stasi temporanea, dovuta principalmente all'agenda dei mediatori americani, e ha espresso la speranza che, una volta che Washington potrà dedicare nuovamente attenzione alla questione, il processo possa riprendere; nel frattempo, come precisato dallo stesso Peskov, l'inviato Kirill Dmitriev continuerà a occuparsi di cooperazione economica e investimenti in un formato bilaterale con gli Usa, tenendo caldo il canale.
Il contrordine di Kiev e la missione nei paesi del Golfo
Se da Mosca filtrano messaggi di attesa fiduciosa, da Kiev arriva una narrazione parzialmente diversa, che cerca di riappropriarsi dell’iniziativa diplomatica. Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, nel suo consueto discorso serale diffuso su Telegram, ha annunciato che i negoziatori ucraini e statunitensi si incontreranno sabato negli Stati Uniti, nel tentativo di rilanciare un confronto che definire complesso è un eufemismo. Questa mossa segue la missione di Rustem Umerov, ministro della Difesa ucraino, nelle capitali del Golfo; una visita, quella di Umerov, da cui sarebbero emerse nuove intese in materia di sicurezza con i paesi della regione, dettaglio che lascia intendere come Kiev stia cercando di costruire reti alternative o parallele a quelle del tavolo trilaterale congelato. D'altronde, Heorhiy Tykhy, portavoce del ministero degli Esteri ucraino, ha confermato la sospensione delle consultazioni trilaterali, sottolineando come queste siano state rinviate più volte in passato, ma ha anche tenuto a precisare che i team di lavoro mantengono contatti quotidiani. Una precisazione, quest'ultima, che serve a fugare l'idea di una rottura definitiva, presentando lo stallo come una pausa forzata dall'agenda internazionale e non come un fallimento politico.
Attacchi russi nel Sumy e nuove vittime civili
Mentre la diplomazia arranca, la macchina da guerra russa non sembra aver concesso alcuna tregua sul campo. Nella regione di Sumy, al confine nord-orientale dell'Ucraina, gli attacchi aerei e con droni hanno causato nuove vittime civili, in un crescendo di violenza che contraddice l’immagine di una parte russa in attesa del ritorno al dialogo. Le autorità regionali hanno comunicato la morte di tre uomini: due fratelli di 33 e 37 anni, uccisi in un raid aereo a Khutir-Mykhailivskyi, e un uomo di 62 anni rimasto vittima di un attacco di droni a Velyka Pysarivka. Oleg Grygorov, capo dell'amministrazione militare regionale, ha fornito i dettagli dell'accaduto sui suoi canali ufficiali, mentre la procura regionale ha aperto procedimenti per crimini di guerra. La strategia russa sembra quindi procedere su un doppio binario: da un lato si dichiara la disponibilità a future trattative, dall'altro si intensifica la pressione militare, colpendo infrastrutture energetiche – come accaduto nei pressi di Novovolynsk, nella regione di Volinia – e causando perdite tra la popolazione civile, in quello che appare un tentativo di logorare la resistenza ucraina e di modificare sul terreno le condizioni di un eventuale futuro negoziato.
L'ombra di Orban e il prestito europeo a rischio
A complicare ulteriormente il quadro, già di per sé teso, si aggiungono le fibrillazioni interne all'Unione Europea, dove l'Ungheria di Viktor Orban continua a rappresentare un ostacolo concreto per il sostegno finanziario a Kiev. Al summit di Bruxelles, il presidente del Consiglio Europeo Antonio Costa ha definito "inaccettabile" l'opposizione ungherese al prestito da 90 miliardi di euro destinato all'Ucraina; una posizione, quella di Budapest, motivata formalmente dal blocco del petrolio russo attraverso l'oleodotto Druzhba, ma che nei fatti rischia di paralizzare un aiuto vitale per le casse di Kiev. La commissaria Ue Kaja Kallas ha parlato di una "mancanza di coraggio politico", mentre Orban, in pieno clima elettorale in vista del voto del 12 aprile, tiene il punto, legando il suo via libera alla ripresa dei flussi energetici. Lo scontro, che ha tenuto banco per oltre novanta minuti tra i leader, dimostra come la tenuta del fronte occidentale sia messa a dura prova non solo dagli eventi bellici in Medio Oriente, ma anche dagli egoismi nazionali, creando un clima di incertezza che gioca oggettivamente a favore delle tempistiche dettate da Mosca.




