Pensione, a chi conviene chiedere all'Inps il ricalcolo dell'assegno

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Un paradosso, che emerge sempre più spesso tra i lavoratori prossimi al ritiro, vede l'ultima fase dell'attività professionale, non di rado segnata da contratti a termine o part-time, trasformarsi in un boomerang per l'entità della futura rendita. Il sistema di calcolo contributivo, infatti, particolarmente sensibile all'andamento delle retribuzioni, può tradurre anni di lavoro aggiuntivi, se meno remunerati, in un assegno finale più magro. Esiste, per fortuna, una procedura amministrativa che offre una via d'uscita a questo cortocircuito previdenziale: la richiesta di ricalcolo della pensione all'Inps, istituto noto anche come "neutralizzazione dei contributi".

Il principio della neutralizzazione

La possibilità di ottenere un assegno più alto escludendo dal conteggio i periodi lavorativi meno favorevoli affonda le sue radici in una pronuncia della Corte Costituzionale. La sentenza numero 82 del 2017, la quale ha sancito un principio di equità, ha riconosciuto il diritto del pensionato a non vedere compromesso il proprio trattamento a causa di fasi contributive sfavorevoli e, spesso, involontarie. Ciò che si neutralizza, in sostanza, non è il periodo in sé, con la sua valenza assicurativa, ma il suo effetto depressivo sul montante contributivo complessivo, ricalcolando la pensione come se quel determinato arco di tempo, caratterizzato da basse retribuzioni, non avesse inciso negativamente sulla media dei versamenti.

A chi spetta realmente l'opzione

Non tutti coloro che percepiscono una pensione modesta, però, possono accedere a questo beneficio. La procedura è infatti circoscritta a precise condizioni, il cui nucleo essenziale risiede nella dimostrazione di un nesso causale tra l'ingresso in una condizione di lavoro meno retribuita e l'avvicinarsi del momento del pensionamento. L'opzione conviene, in particolare, a quanti hanno subito una riduzione forzata della propria attività, magari per la riconversione aziendale o per il venir meno di incarichi dirigenziali, trovandosi poi a dover prolungare l'attività con mansioni e stipendi inferiori. Per costoro, quegli anni "in discesa", sebbene necessari a maturare i requisiti anagrafici o contributivi, rischiano di erodere quanto accumulato in decenni di carriera più stabili e redditizi.

La procedura e i suoi limiti pratici

La richiesta di ricalcolo, che deve essere presentata all'Inps attraverso gli appositi canali, implica un'istruttoria da parte dell'ente, il quale verifica la sussistenza dei presupposti contributivi e normativi. Alcuni, tra gli addetti ai lavori, sottolineano come la complessità della documentazione necessaria e l'onere probatorio gravino interamente sul cittadino, il quale deve dimostrare in modo inequivocabile la natura penalizzante di determinate fasi lavorative. La buona riuscita della pratica, d'altronde, non garantisce incrementi automatici e sostanziosi per chiunque: l'impatto sull'assegno è strettamente legato alla storia contributiva individuale, alla durata dei periodi da neutralizzare e al differenziale retributivo con le fasi precedenti. L'efficacia dello strumento, insomma, si misura caso per caso, pur rappresentando un'importante correttivo a un meccanismo di calcolo che, nella sua rigidità, non sempre riflette le traversie di una carriera lavorativa.

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