Il peso della fede e la fragilità della tregua: 1,5 milioni di pellegrini alla Mecca

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Sotto un sole che trasforma il deserto in una fornace, con le temperature che toccano punte di 45 gradi e l’umidità che rende l’aria irrespirabile, circa un milione e mezzo di fedeli hanno iniziato ieri i rituali dell’Hajj alla Mecca. Vestiti con il semplice “ihram” – quel lembo di stoffa bianca che annulla ogni distinzione sociale tra ricchi e poveri – i pellegrini hanno compiuto il “tawaf”, la circumambulazione della Kaaba, quella struttura cubica nera che rappresenta il cuore pulsante dell’Islam.

E lo hanno fatto, e qui sta la complessità della notizia, mentre i missili intercettori della difesa aerea saudita erano puntati verso l’orizzonte, posizionati alla periferia della città santa per proteggere i luoghi sacri da eventuali minacce.

La logistica della sopravvivenza tra le tensioni geopolitiche

Il Ministero dell'Hajj ha confermato il completamento del trasferimento delle masse verso il Monte Arafat, utilizzando un impressionante dispiegamento di mezzi: circa 350mila persone sono state movimentate via treno, supportate da oltre 24mila autobus che hanno operato su corsie dedicate. Nessun dettaglio viene lasciato al caso, soprattutto quando si parla di sopravvivenza.

Le autorità sanitarie hanno raccomandato ai fedeli di rimanere all'interno delle tende climatizzate fino al primo pomeriggio per evitare i colpi di calore, un pericolo concreto che già in passato ha causato migliaia di vittime tra la folla. Sul piano diplomatico, invece, l’ombra del conflitto è lunga. L’Arabia Saudita avrebbe fatto pressioni su Washington affinché non riprendesse i raids proprio durante questi giorni, temendo che un’escalation regionale potesse bloccare i pellegrini in territorio saudita o, peggio, colpire le infrastrutture.

Il giorno dell’espiazione sul Monte della Misericordia

Il momento di maggiore intensità spirituale si è consumato martedì sul Monte Arafat, noto anche come Jabal al-Rahma (il Monte della Misericordia). È qui, secondo la tradizione tramandata, che il profeta Maometto pronunciò il suo ultimo sermone, ricevendo la rivelazione conclusiva del Corano. I pellegrini, giunti in massa dalla vicina valle di Mina, si sono fermati in preghiera e meditazione, in quello che viene definito il "Wuquf", lo stazionamento che rappresenta il rito centrale senza il quale l’Hajj non sarebbe valido.

Nonostante la guerra in Medio Oriente abbia ridotto drasticamente il flusso da alcuni Paesi – come l’Iran, che ha inviato solo una frazione dei suoi 87mila pellegrini previsti – il numero complessivo di fedeli provenienti dall’estero ha registrato un incremento di circa 11mila unità rispetto all’anno precedente.

Misure straordinarie per una fede straordinaria

Per garantire l’incolumità di questa moltitudine, il governo saudita ha schierato un apparato imponente che pochi altri Paesi al mondo potrebbero sostenere. Oltre 50mila medici sono stati mobilitati, affiancati da 3mila ambulanze posizionate lungo i percorsi rituali, mentre sistemi di raffreddamento ad alta tecnologia tentano di mitigare l’effetto delle temperature che, secondo le previsioni del Centro Nazionale di Meteorologia, potrebbero avvicinarsi pericolosamente ai 47 gradi nei prossimi giorni.

Se da un lato la guerra non ha fermato i fedeli – anzi, le immagini trasmesse mostrano un flusso continuo e compatto attorno alla Kaaba – dall’altro i riflettori restano accesi sulle trattative diplomatiche in corso. Il cessate il fuoco in vigore da aprile resta fragile, e mentre i pellegrini lanciano pietre contro le colonne di Mina in segno di ripudio del diavolo, i mediatori internazionali continuano a lavorare per evitare che quel fragile silenzio venga rotto proprio mentre la Mecca ospita i suoi ospiti più illustri.

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